La due giorni europea, nella quale si dovranno decidere la nomina di Jean Claude Juncker alla presidenza della Commissione e le nuove, e forse più flessibili, interpretazioni da dare al patto di stabilità, inizia per l'Italia con alcune buone notizie sul fronte domestico. Bene l'asta dei Bot a sei mesi con rendimenti ai minimi storici dello 0,3%, e giù anche il differenziale Btp-Bund, ma ciò che più conta è il rendimento dei nostri decennali, al 2,84%, altro minimo. Eppure l'Italia continua ad essere osservata speciale, in una situazione che per l'Europa in generale è molto meno stabile di quanto non appaia dalle frasi di circostanza. Il problema per il nostro paese, e quindi per Matteo Renzi, era e rimane il debito, che continua ad aumentare, e senza che siano stati attivati meccanismi veri di riduzione della spesa. Il tutto nonostante che scenda invece il servizio del debito stesso, cioè gli interessi che paghiamo. Le stesse riforme renziane, se hanno un buon impatto mediatico, non incidono per ora sulla spesa pubblica, i cui automatismi e le resistenze corporative sono difficili da debellare. E questo è anche il motivo per il quale l'Italia, nella spartizione delle poltrone comunitarie, dovrebbe ottenere per Federica Mogherini agli Esteri un incarico prestigioso sì, ma fuori dai giochi economici veri.

Al contrario, la Germania potrà controllare due commissari-chiave, e senza neppure esporsi direttamente: la presidenza, con Juncker, e soprattutto gli Affari Economici, con l'ancora più rigorista Jyrki Katainen, finlandese, esponente del nucleo duro di paesi fedeli a Berlino. Nonostante le buone, anzi ottime intenzioni di Renzi, e le più deboli velleità di un fronte mediterraneo che non si concretizza mai (per le colpe nostre, le debolezze francesi, gli interessi diversi degli spagnoli), il Nord Europa, non solo la Germania, continua a diffidare profondamente dei partner del Sud, Italia compresa. Nulla di nuovo, certo. Ma sull'Europa ha cominciato a gravare un nuovo problema, o almeno una nuova preoccupazione. Si tratta della volatilità e della irrequietezza dei mercati, a cominciare da quelli dei titoli pubblici, segno che la crisi non è superata, e che soprattutto in questi sette anni non sono stati trovati antidoti efficaci. Neppure da Angela Merkel. Gli stessi fondi salva stati che hanno avuto un buon successo con Grecia, Portogallo e Irlanda, e parzialmente con le banche spagnole, non potrebbero mai affrontare una crisi del debito italiano.

Crisi che non verrebbe determinata da un rischio default che oggettivamente non esiste, ma piuttosto dalla tentazione dei mercati di riprendere a speculare contro di noi. La situazione è instabile in tutto il mondo, come dimostra l'altalena del Pil americano (nel primo trimestre 2014 è sceso inaspettatamente del 2,9%), zavorrato dai consumi. Ma ad accrescere l'inquietudine è anche la situazione dello scenario energetico, con la nuova alleanza strategica tra Russia e Cina, con l'Europa più vulnerabile, e in questo quadro con l'Italia tra i paesi più esposti. Per di più, con la nuova grande entità islamica che si sta consolidando tra Iraq, Siria e Kurdistan. Ce n'è abbastanza perché all'avvio della nuova legislatura e del governo europeo ci sia poco da festeggiare, e invece molti problemi ancora da risolvere.