Nel primo dei due incontri bilaterali con Angela Merkel, che sarebbe stato "dialettico" mentre nel secondo si sarebbe raggiunto un compromesso, Matteo Renzi ha ricordato alla Cancelliera che l'Italia rispetta le regole, cioè osserva il vincolo di non superare il tre per cento di deficit, mentre la Germania quel vincolo lo ha disatteso nei primi anni Duemila, vedendosi pure condonata la procedura di infrazione. Vero, la Germania ruppe l'argine nel 2002, e fu proprio l'Italia, presidente di turno dell'Unione europea nel luglio-dicembre 2003, l'artefice della grazia. In particolare l'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti, convinto come Silvio Berlusconi che il nostro governo si sarebbe così conquistato la riconoscenza di Berlino. Aspettative mal riposte, come si è visto.

Usare tutti gli argomenti possibili in queste trattative è normale, però il punto non è questo. Quando superò il famoso tre per cento la Germania era in preda alla recessione e da locomotiva d'Europa si era trasformata nella "grande malata". Ma reagì approvando una serie di riforme strategiche sulla competitività del lavoro, sulla riduzione della spesa pubblica e sulla previdenza che (specialmente la prima) hanno poi consentito a quella locomotiva di rimettersi in modo e di dare la polvere a tutti gli altri. Insomma, l'allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder ed Angela Merkel che gli successe, sfruttarono al meglio sia la congiuntura negativa sia i margini di flessibilità che si presero in Europa. 

Certo, poterono farlo non solo per la benevolenza italiana ma anche perché non era ancora alle viste la crisi finanziaria mondiale, che avrebbe cambiato le cose per tutti. Detto questo, Schroeder e la Merkel cambiarono alle fondamenta uno stato e un modello sociale e produttivo basati sulla concertazione e sull'idea che il welfare non avesse mai un costo. I socialdemocratici ci rimisero il potere, i popolari intercettarono il guadagno di competitività e la ripresa per fondarci il loro. L'opinione pubblica, dopo durissime polemiche iniziali, apprezzò (e apprezza tuttora), ed anche i sindacati si adeguarono. Alcune aziende simbolo, dalla Volkswagen alla Lufthansa, passarono da posizioni di retroguardia ad essere un modello mondiale. Le esportazioni hanno vissuto e vivono un boom. Dopo un decennio, anche in Germania qualcosa comincia a scricchiolare perché i consumi interni sono bassi ed il surplus commerciale troppo alto, fatto che sta inchiodando l'euro a livelli inaccettabili. Ma di una cosa si può stare certi: se ci sarà bisogno di intervenire di nuovo nelle cose di casa propria, la Merkel o chi per lei lo farà.

È bene non dimenticare mai questi precedenti, perché se è vero che la Germania si è fatta i propri interessi negli ultimi cinque anni di crisi, è altrettanto vero che nei cinque anni precedenti si è invece arrotolata le maniche e ha sgobbato. E se è vero che paesi come l'Italia pagano oggi un conto salato, anche in ossequio a regole che ci appaiono controproducenti e perfino stupide, è altrettanto vero che quando le cose andavano bene ci siamo comportati come in una spensierata scampagnata. Nessun governo è stato esente da colpe, finché non si è arrivati alla resa dei conti degli ultimi esecutivi di emergenza.

Non lo è stato il centrodestra, che doveva e poteva fare riforme fondamentali come quella del lavoro, della pubblica amministrazione e della giustizia, e invece ha lasciato intatti l'articolo 18, l'illicenziabilità e la non trasferibilità degli statali, mentre anziché riformare la magistratura è intervenuta con singole leggi ad hoc per le vicende giudiziarie del Cavaliere, che oltretutto hanno costituito per il migliore alibi per le toghe politicizzate. Non lo è stato il centrosinistra, che ha sulla coscienza il torto gravissimo di avere consegnato alle regioni la chiave della cassaforte dei soldi dei contribuenti, e poi, con il secondo governo Prodi, di avere annullato quelle poche e timide novità sul lavoro, sulle pensioni, sull'impalcatura dello Stato.

Ora il conto che ci viene presentato non è quello della Germania, ma di un sistema economico e sociale che non regge più, non compete più, non offre prospettive ai giovani. A distanza di dieci anni abbiamo gli stessi problemi dei tedeschi di allora. I quali seppero superarli. Sapremo fare altrettanto? Renzi ovviamente fa benissimo a difendere con la Merkel i nostri interessi nazionali. Ma non ignora quanto ritardo abbiamo accumulato, per nostra colpa, in questi anni prima spensierati, poi drammatici. Ora ci si ripresenta una seconda e forse definitiva occasione: la politica, anche quella che si rifà alla sinistra, almeno a una parte della sinistra, pare aver finalmente capito che con i totem e le concertazioni non si va da nessuna parte. Che altre categorie alle quali aveva offerto protezione reciproca, come l'alta burocrazia pubblica, diventano un freno per il Paese. Che in definitiva, nonostante l'omaggio tributato a Berlinguer, non si può più vivere nel culto di errori passati (e anche Berlinguer ne fece parecchi, c cominciare dalla scala mobile).

Infine la seconda occasione è data dalla tregua sui nostri titoli pubblici, che porta ai minimi storici il costo degli interessi. Ci sarebbero insomma le condizioni politiche ed economiche per ripartire. A condizione che Renzi, che ha promesso di volerlo fare, non solo aspetti la flessibilità europea e "batta i pugni con la Merkel", ma mantenga quel che ha detto di voler fare in patria. Possibilmente accelerando i tempi, perché come si è visto il resto del mondo non aspetta.