Probabilmente Matteo Renzi avrebbe voluto iniziare il suo semestre europeo in maniera diversa. Le cattive notizie vengono, come al solito, dall'economia: l'Istat ha comunicato che nel secondo trimestre 2014 il Pil crescerà, se crescerà, in una forchetta tra -0,1 e +0,3%. Stima rivista al ribasso rispetto a poche settimane fa, che segue il dato negativo (-0,1) del primo trimestre, e che rischia di far restare l'Italia in stagnazione almeno per tutta la prima metà dell'anno. Il che significa che a fine anno la crescita, se ci sarà, si terrà molto al di sotto dello 0,7% previsto dal governo. E torna a crescere la disoccupazione, al 12,6%. Non sono dati meramente statistici: in primo luogo perché segnalano lo stato di salute dell'economia, ben lontana dal ripartire, e poi perché su queste percentuali si basa l'intera manovra di finanza pubblica predisposta dal governo per quest'anno.

Se il Pil non riparte peggiorano tutti gli indicatori che da esso dipendono, a cominciare dal debito e dal deficit, fino al lavoro. Si allontana la possibilità di un miglioramento dei rating (la seconda tornata di revisioni è prevista da autunno). E soprattutto si materializza lo spettro di una manovra fiscale per far quadrare i conti: proprio perché arriva alla guida dell'Europa con molte ambizioni l'Italia non può chiedere altre deroghe e scorciatoie. Ma soprattutto c'è un altro motivo: la "Renzinomics", la ricetta economica del capo del governo, è basata su un misto di misure concrete e immediate e di aspettative psicologiche. Le une strettamente connesse con le altre. I due pilastri iniziali dell'intera operazione erano previsti nel bonus da 80 euro per i dipendenti, che doveva far ripartire i consumi, e nel rimborso dei debiti delle pubblica amministrazione alle aziende private.

Il bonus è partito, sia pure tra qualche incertezza, ma i consumi stentano parecchio. A giugno l'indice dei prezzi è sceso allo 0,3, dallo 0,5 di maggio. Quanto ai rimborsi alle imprese, sembrano incagliati tra inefficienze dei comuni, che devono certificarli, e blocco della ragioneria dello Stato, che deve autorizzarli. Eppure i modi per pagarli, attraverso le cartolarizzazioni della Cassa depositi e prestiti, senza dunque gravare sul deficit, ci sarebbero. A condizione, ovviamente, che l'apparato pubblico li certifichi e li garantisca. Il che non è ancora avvenuto.

Non solo. Si intuiscono scricchiolii tra l'ansia di cambiare e di fare in fretta di palazzo Chigi e del suo staff, e l'alta burocrazia e il mondo accademico romano e non, e proprio l'Istat è un terreno di scontro. Il governo dopo una lunga sede vacante ha designato alla presidenza Giorgio Alleva, studioso di modelli econometrici alla Sapienza. Economisti come Tito Boeri, Luigi Zingales, Michele Boldrin, Lucrezia Reichlin, hanno scritto una lettera aperta lamentando la scarsa sutorevolezza internazionale di Alleva. Altri, tra i quali Giuseppe De Rita e i due ex presidenti dell'Istat Guido Rey e Alberto Zuliani, difendono Alleva. Ma questo è il riflesso esterno di un malumore interno, della struttura dell'Istat. Può apparire una faccenda corporativa, o una baruffa tra accademici, e in parte lo è; se non fosse per il fatto che l'Istituto è l'unico preso in considerazione dall'Unione europea. E che dunque ha bisogno di una guida forte e di una macchina che risponde.

Renzi eredita colpe e problemi di altri, dei governi che lo hanno preceduto così come delle nomenclature burocratiche e sindacali alle quali ha dichiarato guerra. Forse però avrebbe fatto meglio a concentrare le proprie energie su un ventaglio ridotto di problemi. Poche cose, ma buone. In Italia c'è chi non aspetta altro che fargli la festa (per chi e che cosa, poi?), mentre in Europa questo giovane italiano che rompe il protocollo comincia a dare nell'occhio. In agguato c'è sempre la Germania, che sta già piazzando le sue pedine nella futura commissione, a cominciare dal titolare degli Affari economici, il premier finlandese Katainen, un falco di ferro, ancora di più del suo predecessore e connazionale Olli Rehn, uno che ci ha sempre fatto vedere le streghe. L'Italia sembra puntare su Federica Mogherini per la poltrona di titolare degli affari esteri e della sicurezza, Ms. Pesc. Incarico prestigioso, e per certi versi strategico per i nostri interessi (si pensi al problema delle forniture energetiche), ma non nel cuore dei problemi che la commissione discute quotidianamente. E dove spesso si annidano le insidie per noi. Nel frattempo in attesa delle future nomine, palazzo Chigi ha designato Ferdinando Nelli Feroci per i prossimi quattro mesi: scelta ottima, è la tipica figura di diplomatico e tecnico di altro livello, uno sherpa di prim'ordine.

Ma, fra transizioni, incertezze su chi realmente governa l'economia tra palazzo Chigi e ministero di via Venti Settembre, e ripresa che non arriva, il cantiere Renzi è ancora troppo aperto, e forse troppo indietro.