Una settimana fa scrivevamo: “Perché l’Europa diffida di noi (e non ha tutti i torti)”. I fatti di queste ore ci stanno dando ragione, ma non ne siamo lieti. Per inaugurare il semestre a guida italiana dell’Unione europea Matteo Renzi ha pronunciato al parlamento di Strasburgo un discorso che si può definire forte, ed ha comunque il merito di aver rotto la routine con la quale i governi si alternano nei loro semestri “europei”. Bisogna infatti aver presente che i sei mesi nei quali ognuno dei 28 paesi ha la presidenza di turno della Ue sono poco più che formalità: fino a giugno c’è stata la Grecia, il prossimo sarà la Lettonia. Davvero si può parlare di Europa a trazione greca, italiana, lettone? Questa è solo retorica.

Discorso diverso per le divergenze tra Italia e Germania, che sarebbero emerse anche senza il semestre italiano. Il successo ottenuto da Renzi alle elezioni gli ha solo dato più forza ma anche, ecco il punto, più responsabilità per reggere lo scontro con Angela Merkel. In sintesi, il governo di Roma ha detto di aver dato via libera alla nomina di Jean Claude Junker alla presidenza della commissione solo a patto che i governi europei accettassero più flessibilità nei vincoli di bilancio. Immediatamente si è scatenata, da noi, la caccia a quanti miliardi in più avremmo da spendere. Ma in realtà in quel documento si è battagliato intorno ad un aggettivo: “best”, migliore. Riferito all’uso da fare della flessibilità. Nella prima bozza, sostenuta da Italia e Francia, si parlava di “pieno” uso. In quella intermedia di “buon” uso. Infine di “migliore” uso.

In diplomazia le sfumature contano, e figuriamoci nei mandarinismi europei. Ma forse Renzi avrebbe dovuto glissare e accontentarsi di quel “best”: però il presidente del Consiglio è così, ha scelto fin dall’inizio di parlare non ai suoi pari grado ma alle opinioni pubbliche, in particolare alla propria. Non è detto che abbia torto. Ma il suo discorso aggressivo che ha trascinato nella polemica i vertici del Ppe, il partito della Merkel, i governi più rigoristi come Olanda e Finlandia, l’immancabile Bundesbank deve a questo punto essere seguito da fatti. Altrimenti prenderanno le misure a lui, come a tutti quelli che lo hanno preceduto. Per ora il semestre italiano parte dunque tra questioni di traduzione, tentativi di ricucitura, paletti piantati, limiti invalicabili, rivendicazioni orgogliose tipo “Non ci fanno paura”. È questa la flessibilità?

O c’è anche una questione di credibilità? Facciamo un esempio: la vicenda Alitalia, con l’Etihad ultima spiaggia, diversamente l’azienda - un’azienda privata - chiude. L’accordo pareva blindato, e deve esserlo entro il 15 luglio quando James Hogan, il numero uno della compagnia di Abu Dhabi, sarà a Roma. Ma ecco che in extremis, con la tattica tipica del ricatto, la Cgil, la Cisl, le sigle sindacali dei piloti, riprendono a dettare condizioni. Diciamo riprendono perché questo film lo abbiamo già visto, nel 2008. Susanna Camusso della Cgil afferma che “non esiste un prendere o lasciare”. La Cisl mira a far assumere buona parte dei 2.500 esuberi alle Poste, azienda destinata alla privatizzazione e che ha già in carico 14 mila dipendenti (e che peraltro è anche azionista di Alitalia). Infine piloti e hostess proclamano il blocco dei voli. È questa l’Italia che cambia? È con queste credenziali che pensiamo di renderci più credibili non solo con la Germania e l’Europa, ma con gli interlocutori mondiali?

Se i dipendenti Chrysler avessero ragionato come la Camusso, e nel 2009 di fronte all’offerta di Sergio Marchionne non avessero “preso”, oggi la loro azienda sarebbe chiusa e loro sarebbero tutti a spasso. Al contrario la Chrysler è stata protagonista, in America, di una strepitosa rinascita, mentre i dipendenti che avevano messo in gioco le regole sindacali e il fondo pensione, si sono rifatti con gli interessi. Quanto alla cogestione, che la Cisl vorrebbe applicare alle Poste da privatizzare (previa assunzione degli esuberi Alitalia), sarebbe il caso di ricordare che nei paesi dove la cogestione esiste, tra i quali la Germania, essa è frutto di nuove regole sul lavoro che prevedono la condivisione di onori ma anche oneri. Per anni i dipendenti della Volkswagen hanno rinunciato agli scioperi e alle rivendicazioni salariali, mettendo in ballo il loro stesso posto di lavoro. Ora anch’essi, come quelli della Chrysler, portano a casa i risultati assieme ai datori di lavoro.