La tentazione di trovare nel trionfo della Germania ai Mondiali un significato anche extracalcistico è forte, inevitabile ed è anche il motivo per il quale molti, specie in Italia (e in Europa) hanno gufato contro la squadra di Joachim Low, che invece è stata la migliore del torneo. Non saranno comunque la coppa del Mondo né l'ingombrante presenza nella tribuna del Maracanà di Angela Merkel a dare ai tedeschi un potere speciale extra in aggiunta a quanto già hanno. Anzi, il Mondiale non è affatto la metafora e il coronamento del ruolo di un paese sulla scena internazionale, come si è affannata a voler dimostrare una certa retorica: nel 2006 vincemmo noi, nel 2010 la Spagna. Non si può certo affermare che abbia portato bene. Ad essere pignoli anche il precedente successo tedesco, quando ancora si chiamava Germania Ovest nel 1990 a Roma, venne alla vigilia di un lungo periodo di crisi durato oltre un decennio, dovuto alla riunificazione. Crisi economica, politica, e perché no anche calcistica. Se esiste un fattore Deutschland über alles, e indubbiamente esiste, va cercato in altri ambiti. Per esempio la Merkel ha espulso il capo della Cia a Berlino, al culmine di una spy story nella quale si è scoperto che gli americani tenevano sotto controllo i cellulari della Cancelliera.

Vicenda gestita malissimo dall'amministrazione Obama: non certo l'unica, in questo campo. Il governo tedesco non solo non desidera essere spiato dalla Casa Bianca ma vuole mano libera rispetto alle pressioni che giungono da Washington su altri tre dossier: i rapporti energetici con la Russia, quelli commerciali con la Cina e la gestione della crisi economica in Europa. Sono questi tre capitoli a definire il ruolo strategico mondiale di Berlino, non la coppa procurata dal gol di Mario Götze. Tra Germania e Russia funziona già il gasdotto North Stream, voluto dal socialdemocratico Gerhard Schroeder (che ne è il presidente), inaugurato dalla popolare Merkel, entrambi in buoni, spesso ottimi, rapporti con Vladimir Putin. A differenza del suo gemello che avrebbe dovuto rifornire l'Italia e il Sud Europa, South Stream, sponsorizzato da Vladimir Putin e Silvio Berlusconi, con l'Eni secondo azionista dopo Gazprom, ma destinato forse a rimanere sulla carta. Il che, oltre a spiegare le relazioni speciali tra Germania e Russia, al di là delle sanzioni simboliche per la vicenda Ucraina, dice anche molto delle differenze tra Berlino e Roma. Adesso la Russia guarda a Oriente, alla Cina, con la quale ha stretto una partnership energetica ed economica trentennale; ma si può star certi che non trascurerà i rapporti con i tedeschi.

La Cina è appunto l'altra frontiera per la Germania. Anziché farsi concorrenza i due maggiori esportatori mondiali hanno stretto un'alleanza rafforzata da una missione a Pechino della Cancelliera giusto poco prima di volare a Rio de Janeiro. L'hanno accompagnata i vertici di Siemens, Deutsche Bank, Volkswagen, Airbus, Lufthansa: tecnologia e finanza tedesca in cambio di nuove aperture di un mercato immenso come quello cinese. Quanto all'Europa, è storia fin troppo nota, storia che ci riguarda molto da vicino. Washington si è battuta in tutti i modi contro il rigorismo tedesco, che danneggia le sue esportazioni, chiedendo al Nord Europa di archiviare l'austerity e favore di politiche espansive, come quelle praticate in America dalla Federal Reserve e dalla Casa Bianca. Anche il libro dell'ex ministro del Tesoro Tim Geithner, che racconta del tentativo (riuscito) di commissariare il governo italiano nel 2011, da parte della Bce e della Germania, rientra in questo filone. La storia a quanto pare non è ancora finita, e si potranno aggiungere altri capitoli. Noi però, a cominciare da Matteo Renzi, restiamo costantemente alle prese con gli esami di Frau Angela: nomine europee, flessibilità, decimali di deficit, telefonate e quant'altro. Lei, la Merkel, ha orizzonti un po' più vasti.