Salvo sorprese l'accordo tra Alitalia e Etihad verrà firmato oggi, o domani, in occasione della visita in Italia dell'amministratore delegato della compagnia di Abu Dhabi, James Hogan. Il quale ufficialmente viene a presentare il nuovo collegamento di Etihad tra Roma e la capitale emiratina, anche con una cena di gala a villa Miani. A questo punto è difficile che qualcosa possa mandare il buffet di traverso, ma non si sa mai. Come è stranoto Etihad è davvero l'ultima spiaggia, e dunque si capiscono poco i veti a oltranza della Cgil, e anche i dubbi che sarebbero affiorati dalle Poste, entrate nell'azionariato di Alitalia a fine 2013 su richiesta dell'allora premier Enrico Letta. Il sindacato di Susanna Camusso rifiuta concettualmente sia gli esuberi residui sia il fatto che non siano stati attivati gli strumenti tradizionali a cominciare dalla cassa integrazione. Quanto al nuovo capoazienda della Poste Francesco Caio, teme probabilmente di vedere sminuito il ruolo di azionista appena ereditato. O forse intende segnare una discontinuità con il predecessore Massimo Sarmi (stessa cosa aveva fatto a proposito della privatizzazione dell'azienda).

Posizioni difficili da comprendere, se non da condividere. E non solo perché senza il partner forte arabo per Alitalia si profilerebbe il fallimento, di gran lunga più drammatico per dipendenti, azionisti e contribuenti, fatto che la Cgil non può ignorare. L'azienda ha perso infatti 550 milioni nel 2013, il trend non diminuisce nella prima parte di quest'anno e non arriverebbe a fine 2014. Il punto, però, è che una volta tanto il governo ha fatto la cosa giusta in termini di relazioni sindacali, stabilendo che il consenso del 70 per cento dei lavoratori rappresentati è più che sufficiente: si chiama democrazia e rappresentatività. Ma non solo. Avviando gli esuberi residui in un percorso di ricollocamento attivo, attraverso le agenzie del lavoro, sperimenta forse per la prima volta quel modello scandinavo, anglosassone e tedesco tante volte evocato e mai praticato.

La linea della Cgil è nota: mai recidere il cordone tra dipendenti e aziende, che si realizza con la cassa integrazione. Ma è un sistema che se ha funzionato in passato, negli ultimi anni ha generato aziende decotte e zavorrate da organici impropri, i quali sono a loro volta pagati dalla collettività. Ma c'è un'altra considerazione che non dovrebbe sfuggire alla Camusso: un dipendente di Alitalia gode forse di uno status speciale rispetto ad un tornitore? Magari a chi ha perso il lavoro in una piccola azienda non tutelata dai tavoli di trattativa nazionali?

Quanto alle Poste, finché l'azienda non è privatizzata come promesso dal governo, i suoi manager non possono dimenticare chi li ha nominati: il Tesoro (e quindi l'esecutivo) e la politica. E oggi togliere dai tavoli governativi almeno uno dei molti dossier e problemi che li ingombrano - l'Alitalia - significa fare un piccolo passo avanti.