Qualunque cosa si possa pensare della candidatura di Federica Mogherini a rappresentante europea per la Politica estera e la Sicurezza, Matteo Renzi ha ragione su un punto: un no alla Mogherini equivarrebbe ad un no all'Italia, che sarebbe inaccettabile. Anche considerando le altre caselle delle euronomine che non sembrano incontrare obiezioni, tra le quali quella del ministro delle Finanze spagnolo Luis De Guindos per la guida dell'Eurogruppo, posizione-chiave nell'agenda economica dei paesi della moneta comune: essa andrebbe a gratificare un governo da poco uscito dal piano di aiuti bancari della troika europea. Ma la Spagna, dove governano i popolari, è da tempo nell'orbita politica-economica tedesca. Anche le accuse alla Mogherini dei governi dei paesi baltici e della Polonia di essere filo-russa appaiono singolari. Innanzi tutto perché l'Unione europea non ha mai definito una propria politica estera, a parte l'adesione alla Nato di molti paesi. E dunque, nelle singole crisi a cominciare dall'Ucraina, si è mossa caso per caso, e con estrema cautela. Le ultime sanzioni contro Mosca, decise ieri "in accordo con gli Usa", lo dimostrano; si tratta per ora di misure più dimostrative che altro, mentre la Casa Bianca inserisce nella black list i colossi energetici Gazprom e Rosfnet. Egualmente, quando si è trattato di affrontare un'altra situazione ben più drammatica, la Siria, l'Europa è andata in ordine sparso, con Germania e Italia prudenti e Francia e Gran Bretagna aggressive. Non risulta che allora la Polonia e i baltici fossero sulla linea decisionista.

Tutti poi, europei più filorussi o più filoamericani (ammesso che queste etichette abbiano senso), e la stessa America, si sono fatti cogliere di sorpresa da una questione ancora più seria, l'affermarsi del califfato islamico integralista in Iraq e Siria. Per non parlare della crisi delle spie tra Germania e Usa che ha portato all'espulsione del capo della Cia a Berlino dopo la scoperta che i cellulari di Angela Merkel erano intercettati. Oltre al caso in sé, Julian Assange e Edward Snowden sono considerati dei mezzi eroi in Germania e Scandinavia (da dove sono state avanzate candidature al premio Nobel) mentre gli Usa li ricerca per spionaggio e alto tradimento, reati che prevedono l'ergastolo e anche la pena di morte. Assange ha rivelato i file compromettenti della Cia, Snowden ha lavorato sia alla Agency che alla Nsa confermando nei dettagli i programmi di spionaggio di massa di paesi alleati. Ma soprattutto se c'è un paese che applica la realpolitik con la Russia, questo è proprio la Germania, azionista forte dell'Unione europea. E questo per gli stessi motivi imputati all'Italia e alla Mogherini: gli interessi energetici e commerciali. Detto questo, l'eventuale promozione europea della titolare della Farnesina, ormai rinviata a fine estate, produrrebbe ricadute non indifferenti nel governo e nella squadra di Renzi.

Si tratterebbe di nominare un altro ministro degli Esteri, e il nome che circola è quello di Angelino Alfano. Spostandosi dal Viminale si libererebbe dai sospetti di essere troppo sensibile al "partito dei prefetti" che frena la definitiva soppressione delle province, nonché di tenere una linea ondivaga sulla questione immigrazione. Al ministero dell'Interno potrebbe andare Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e finora uomo di stretta fiducia di Renzi. Con il quale i rapporti si sono un po' raffreddati dopo la pubblicazione di una sua intervista che pareva preludere ad un piano per la ristrutturazione del debito pubblico. Questa ha creato una forte irritazione del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, e Renzi ha preso le parti di quest'ultimo. Se Delrio lasciasse palazzo Chigi a Renzi non dispiacerebbe rimpiazzarlo con un esperto con l'identikit di Franco Bassanini, autore della prima riforma della pubblica amministrazione, un chiodo fisso per il premier. E dunque perché non Bassanini stesso, oggi presidente della Cassa depositi e prestiti? Alt: si rischia il solito risiko, esercizio complicato e il più delle volte fine a se stesso. Ma è certo che se la Mogherini andrà a Bruxelles, sarà anche per Renzi l'occasione per modificare qualcosa, e stringere dei bulloni, nella squadra di governo.