Si torna a parlare di ristrutturazione del debito pubblico italiano. Sul Corriere della Sera l’economista Ashoka Mody propone una “rinegoziazione dei Btp” da attuarsi attraverso “le scadenze, in pagamento di interessi diversi, con un sostegno parallelo in liquidità della Bce e del Fondo monetario internazionale”. Tradotto dal linguaggio degli addetti ai lavori si tratta di allungare le scadenze e ridurre gli interessi dei titoli italiani a più lunga scadenza. Con l’intervento della Bce e del Fmi - così almeno sembra di capire - a compensare i creditori stranieri, mentre per la quota di debito interno dovremmo vedercela noi. Sul piano accademico le ricette si sprecano, tanto più in economia e in questi anni. Mody però, oltre ad essere docente a Princeton, è anche un influente ricercatore dell’Istituto Bruegel di Bruxelles, che è parecchio ascoltato dai paesi rigoristi del Nord Europa, Germania in testa. Il Bruegel è finanziato da 16 stati (tra i quali l’Italia), una trentina di multinazionali e ancora più università. È stato presieduto da Mario Monti, oggi lo è dall’ex capo della Bce Jean-Claude Trichet e ha nel consiglio d’amministrazione Vincenzo La Via, direttore generale del Tesoro.

Naturalmente non stiamo parlando della Spectre, e fa bene l’Italia ad avere propri esponenti in pensatoi come questo. Il problema infatti non è il dito, ma ciò che indica: il debito italiano. E allora bisogna ricordare che da mesi si rincorrono ipotesi, ricette e indiscrezioni su una sua ristrutturazione o su qualche altra operazione drastica. Poche settimane fa, intervistato dal Corriere, Graziano Delrio, sottosegretario di Matteo Renzi a palazzo Chigi, non aveva escluso nulla, affermando che “sono riflessioni che farà il presidente del Consiglio”. Ovviamente a monte di tutto c’è un indebitamento che continua ad aumentare senza che il governo abbia ancora reso operative le riforme taglia-spesa, andando a toccare i veri centri fuori controllo. L’anno dovrebbe chiudersi con un debito superiore al 134 per cento del Pil, un rapporto quasi doppio della Germania, e una previsione di discesa solo dal 2015.

Il problema è che le politiche rigoriste attuate dai governi Monti e Letta non hanno ridotto il debito, al contrario: invece avendo bloccato il Pil, cioè la crescita, hanno messo in bilico la sua sostenibilità. Però una ristrutturazione come quella attuata in Grecia o in Argentina, oltre ad evocare scenari catastrofisti, appare tecnicamente improponibile. Le risorse di cui dispone il Fondo monetario (per non parlare della Bce, che non può farlo) per tamponare le ricadute all’estero sono insufficienti. La quota di debito interno è in carico alle banche, che si vedrebbero ridurre l’equilibrio proprio alla vigilia di una nuova ondata di stress test, e in minima parte alle famiglie, che comunque subirebbero un altro danno vanificando ogni speranza di ripresa del consumi. Ecco perché è molto spericolato discutere in libertà della ristrutturazione del debito pubblico (così come dell’altra misura drastica, la patrimoniale). Per ora queste chiacchiere non hanno avuto effetto sui mercati: il rendimento del Btp decennale è al 2,76 per cento, cioè ai minimi storici. E il fatto che lo spread con la Germania resti sopra i 150 punti (è stato ben al di sotto) è determinato solo dal fatto che i Bund tedeschi sono tornati a pagare tassi vicini allo zero essendo visti come bene rifugio. Comunque gli investitori non sembrano prendere in considerazione l’ipotesi di un governo prossimo a ristrutturare il suo debito, diversamente pretenderebbero un premio di rischio assai elevato. Ma non è detto che non decidano di cambiare bruscamente direzione: ricordiamoci del 2011.

Il governo ha una sola strada per mettere fine a queste chiacchiere: smentirle, e soprattutto accompagnare la smentita con riforme fatte, e non solo annunciate. Basterebbero anche dei segnali. Le privatizzazioni - quelle che vanno effettivamente a ridurre il debito pubblico, non attraverso la Cassa depositi e prestiti - sono tra questi. Le cifre in discussione non sarebbero enormi, ma rappresenterebbero la prova concreta di una volontà. Su che cosa può agire il Tesoro? Per esempio su Rai, Poste, Ferrovie. E del resto nel Documento di economia e finanza prevede cessioni per 7-8 miliardi l’anno. Dove sono? La spending review avviata con Carlo Cottarelli è piena di buone intenzioni ma spesso colpisce a vuoto: sono le regioni e non le camere di commercio i veri centri di spesa pubblica. E una ristrutturazione drastica delle forze dell’ordine - compreso l’accorpamento politicamente scomodo di polizia e carabinieri - darebbe certo più effetti del blocco degli investimenti.