La Spagna consolida la ripresa: il Pil del secondo trimestre piazza un progresso dello 0,5 per cento, dopo lo 0,4 del primo. L'Italia (se va bene) segna il passo: il dato Istat aprile-giugno che verrà reso noto il 6 agosto potrebbe essere pari a zero, o addirittura al di sotto, il che ci riporterebbe tecnicamente in recessione, dopo il meno 0,1 di gennaio-marzo. Secondo gli standard internazionali infatti la recessione è determinata da due trimestri consecutivi di crescita negativa. In corso d'anno la Banca d'Italia prevede un modesto più 0,2 per cento, più o meno come il Fondo monetario internazionale che si esprimerà oggi.

Il paragone tra Roma e Madrid è abbastanza impietoso, anche perché la Spagna è tra i paesi già sottoposti alle cure della troika europea (per la parte bancaria). Lo spread spagnolo è migliore di quello italiano - sorpasso a fine 2013, in contemporanea con quello del Pil - il che significa che a noi viene chiesto un interesse più elevato sul debito: attualmente 15-20 decimali sui titoli decennali. Ancora peggio il raffronto con l'Irlanda, le cui obbligazioni pubbliche pagano mezzo punto meno di quelle italiane. E' vero che si tratta, per tutti, dei livelli d'interesse minimi dall'introduzione dell'euro: ma poiché appunto la situazione è generalizzata, e a sua volta prodotta dai tassi quasi a zero della Bce, il raffronto è inevitabile.

L'Irlanda, altro paese uscito nel 2013 da un commissariamento ancora più duro dell'Europa, sta segnando un boom: nel primo trimestre 2013 il Pil è aumentato del 2,7 per cento. Tutto questo significa che la Spagna e l'Irlanda sono messe meglio dell'Italia, nella cosiddetta periferia dell'eurozona? C'è un altro dato da considerare, quello dell'occupazione. Da noi siamo al 13,6 per cento, un record. L'Irlanda è intorno al 12, in calo dopo il picco del 15 per cento toccato nel 2012. Il problema è invece ancora grave in Spagna, con la disoccupazione al 25-26 per cento, quasi il doppio che in Italia, anche se si prevede un miglioramento.

Tutto questo sta provocando effetti molto diversi. In Spagna i consumi interni ristagnano come in Italia, o addirittura peggio, rianimati solo da investimenti e acquisti degli stranieri. L'Irlanda si va normalizzando, torna alla sua vocazione pre-crisi di paese dedito ai servizi e alla finanza, una sorta di Inghilterra in sedicesimo. Cosa che non si può dire della Spagna, dove il sistema bancario e immobiliare, un tempo traino dell'economia, sono ancora in infermeria. Invece Madrid ha realizzato riforme nel mercato del lavoro, che sono state la molla del rilancio della produzione, rivolta però prevalentemente all'export. La Spagna è diventata per esempio il secondo produttore europeo di automobili dopo la Germania, con la presenza consolidata delle case tedesche e l'arrivo in massa di quelle francesi. Auto che ripartono verso i mercati esteri, non solo europei.

Naturalmente l'export spagnolo non è ancora in grado di insidiare il Made in Italy, vista l'assenza di una vera manifattura specializzata. Ma in alcuni settori siamo sotto. Là le tensioni sociali sono più elevate, temperate appena dalla presenza di uno stato forte, a causa della disoccupazione e dei tagli alla spesa locale. Ma ciò che gli spagnoli temono realmente è di trasformarsi in una sorta di paese-cacciavite, come il Messico per gli Usa, o come la Romania per l'Europa occidentale.

L'Italia al momento non sembra correre questo rischio, proprio perché vanta una manifattura di alto livello, mentre il settore bancario regge (molto meno le costruzioni). Inoltre a nostro vantaggio gioca il patrimonio privato, superiore sia alla Spagna sia all'Irlanda. Ma il dato della nostra disoccupazione, comunque altissimo, è falsato dalla cassa integrazione, che se da una parte fa da ammortizzatore sociale dall'altra frena la produttività. La controprova è nel fatto che chi oggi cerca di investire in Italia - che si chiami Marchionne, Etihad o Arcelor-Mittal - pretende situazioni aziendali e sindacali "ripulite" dai vincoli del passato.

Alla fine si torna sempre lì: alle riforme a metà del governo Monti, all'anno perso con l'esecutivo Letta, alle buone intenzioni di Renzi, per ora ancora sulla carta. Le quali, se non si concretizzeranno, renderanno probabile anche per noi una terapia d'urto.