Anche Matteo Renzi ha ammesso che “sarà molto difficile” centrare l’obiettivo dello 0,8 per cento di Pil, come crescita nel 2014. È un vizio tipico dei governi italiani quello di sbagliare le stime di finanza pubblica: il governo di Enrico Letta aveva immaginato un punto di Pil per quest’anno, e due il prossimo. Si può anzi dire che l’unica percentuale che riusciamo a centrare è il deficit sotto al tre: ma solo perché c’è il diktat europeo.

E a proposito d’Europa: le previsioni di ieri del Fondo monetario internazionale confermano che il vecchio continente, seppure meno degli Usa e di altre aree del mondo, riprende a crescere. Faticosamente, e con l’area euro meno di chi sta fuori come la Gran Bretagna, sta insomma uscendo dalla crisi. Salta così un alibi del quale l’Italia - dai governi all’opposizione di centrodestra fino al sindacato - si è costantemente fatta scudo: i vincoli “stupidi” dell’Europa e l’egoismo tedesco in particolare. Quei vincoli ci sono, e saranno pure stupidi come disse per primo Romano Prodi, ed è vero che la Germania si fa i suoi interessi. Bisognerebbe però spiegare perché in tanta stupidità ed egoismo c’è chi si è rimesso in moto e chi - noi e la Francia - restiamo fermi, bloccati.

Sarà insomma molto più difficile per Renzi e Pier Carlo Padoan improntare il semestre italiano alla flessibilità, come era negli obiettivi iniziali, e come Renzi stesso ha dichiarato a Strasburgo. Se due paesi su 18 (quelli dell’eurozona) e due su 28 (quelli dell’Unione europea) si dibattono ancora nella crisi, e tutti gli altri ne escono, la colpa non è certo dei 16 o dei 26, ma di quei due. Italia e Francia: guarda caso quelli che oltre a non avere fatto nessuna riforma si sono appellati alla flessibilità, o se la sono presa.

Come a Parigi il socialista Francois Hollande, a Roma il tecnico Mario Monti e i politici Enrico Letta e Renzi hanno sprecato o stanno sprecando tre anni cruciali: quelli che dovevano mettere la crisi alle spalle. Ma dopo la tempesta finanziaria globale iniziata nel 2007, non se ne esce senza profondi e radicali cambiamenti. Grecia, Portogallo, Irlanda, Cipro e Spagna hanno delegato le riforme alla troika europea. Pur con molte differenze tra loro, e con pesanti sacrifici sociali, tutti questi paesi hanno oggi sistemi politici, economici e sociali migliori di prima. A cominciare dalla Grecia, il malato più famoso ma anche quello che la malattia se l’era maggiormente cercata. 

L’Italia ha rifiutato il commissariamento garantendo che avrebbe fatto da sola. Il risultato sarà che a fine anno si troverà in fondo, all’ultimo posto tra i paesi europei. Di riforme vere - ad eccezione di quella previdenziale realizzata da Monti - non si scorge l’ombra; tutto è stato delegato alla politica accomodante della Bce, oltre che alle buone intenzioni, mai mantenute. Renzi può dire con molta ragione di avere ereditato colpe e ritardi da chi lo ha preceduto, compreso Enrico Letta con la sua idea del cacciavite, quando ci sarebbe stato bisogno della trivella. Ma ora in plancia c’è lui, e la responsabilità è la sua.

Molte cose accomunano Italia e Francia, a cominciare dallo statalismo, dall’allergia alla concorrenza di gran parte dell’industria, dal potere sindacale che non trova riscontro altrove (e che peraltro spesso è ridotto a difendere le macerie). Però la Francia può permettersi lussi che a noi non sono concessi: benché in forte declino, resta un paese strategico. L’Italia invece corre il rischio della marginalità. Non è una questione di status o di orgoglio nazionale, ma di interessi concreti e soprattutto del futuro dei giovani. Non soltanto non cresciamo, ma andiamo in retromarcia sulla natalità (questione fondamentale della quale nessuno si occupa), pur avendo al nostro interno il Vaticano e praticando una politica sull’immigrazione contraria ad ogni logica. Poi non meravigliamoci se un commissario finlandese o un ministro estone viene a impartirci la lezione.