Renato Brunetta, calato nel ruolo di coordinatore dell' "opposizione economica" al governo Renzi, ha annunciato ieri l'imminente arrivo di una nuova lettera-ultimatum della Bce all'Italia, tipo quella dell'estate 2011 che provocò poi la caduta del governo Berlusconi. Chi ha letto attentamente l'editoriale di Brunetta sul Giornale, e soprattutto conosce lo stile pamphlettista del capogruppo di Forza Italia alla Camera, l'ha interpretata come un attacco al governo travestito da paradosso. Anche perché la conclusione è: "Non sappiamo se questa lettera arriverà davvero. Molto probabilmente il 5 agosto non arriverà nulla e tutto continuerà come prima. Peggio di prima. Peccato, ma non disperiamo che da qualche parte qualcuno questa lettera la scriva per davvero. E ce la invii. Prima che sia troppo tardi".

I più dietrologi vi hanno anche individuato un'eco delle polemiche interne al partito del Cavaliere, visto che Brunetta - uno dei falchi - scrive: “La Bce consiglia di non perdere tempo con la riforma del Senato, concentrandosi invece sull'elezione diretta del presidente della Repubblica", dove l'ex ministro mette i piedi nel piatto nella trattativa Renzi-Berlusconi. Non è detto però che Brunetta abbia tutti i torti e che il suo augurio-profezia sia solo una provocazione. Tra poco più di un mese la Banca centrale europea dovrà attuare il nuovo piano di sostegno all'economia aprendo forse all'acquisto diretto di obbligazioni, pubbliche e private. E per tutto agosto a Francoforte si limeranno le misure, che rappresentano un debutto assoluto per l'Eurotower assomigliando molto agli stimoli praticati in America dalla Federal Reserve nel 2008, grazie ai quali furono salvate banche e aziende industriali.

Naturalmente i rappresentanti tedeschi e nord-europei che marcano da vicino Mario Draghi porranno le loro condizioni, e tra queste torneranno in auge il grado di attuazione delle riforme economiche da parte dei governi di quei paesi le cui economie beneficeranno degli acquisti della Bce, e la credibilità delle manovre per l'anno in corso. L'Italia non è messa bene né sul medio termine (riforme fin qui attuate) né sul breve (conti pubblici 2014). All'appello continuano a mancare la riforma del lavoro, la riduzione della spesa pubblica, le privatizzazioni, mentre quella della burocrazia è solo ai preliminari e non contiene il passaggio-chiave auspicato non soltanto dalla Bce ma da tutti gli esperti: la trasformazione privatistica del rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti. Questo per tacere di deficit e debito.

Eppure lo scudo di Draghi è stato finora per l'Italia particolarmente efficace. Con l'emissione di ieri anche i Ctz, un titolo non molto amato dai mercati, hanno toccato i minimi; mentre oggi i Bot semestrali sono stati collocati allo 0,2 per cento, un decimale in meno di un mese fa; e domani toccherà ai Btp, con lo spread ancora in discesa e il rendimento dei decennali sotto il 2,7 per cento. Tutto ciò porta il costo medio del finanziamento del debito pubblico nel 2014 all'1,58 per cento, mezzo punto in meno di un anno fa. In valori assoluti si tratta di quasi tre miliardi in più che il Tesoro si troverà in cassa rispetto alle previsioni. E proprio anche su questo piccolo gruzzolo si sarebbero messi gli occhi per evitare la manovra di correzione ad autunno.

Ma la manna monetaria non è eterna per il semplice motivo che al di sotto di un certo livello i tassi non potranno scendere; e comunque ci confrontiamo con paesi, dalla Germania alla Spagna, che vendono il loro debito a tassi più bassi dei nostri. Che accadrà quando fatalmente gli interessi risaliranno? Si sta insomma riproponendo la situazione dei primi anni Duemila, quando al debutto dell'euro l'Italia non sfruttò l'opportunità di poter finanziare il proprio debito ad interessi quasi allineati con la Germania. E soprattutto non attuò le riforme per ridurlo. Oggi i miliardi risparmiati per i minori interessi potrebbero essere messi da parte per la riduzione dell'indebitamento. Oppure per finanziare qualche riforma seria. La scelta peggiore è di impiegarli come tappabuchi. Forse un'altra strigliata europea, se non peggio, non sarebbe né inutile, né inverosimile.