Che Carlo Cottarelli volesse da tempo andarsene via non era un mistero. Nominato nel novembre 2013 da Enrico Letta commissario alla spending review, con un curriculum che spazia dall'Ufficio studi della Banca d'Italia ai cinque anni da direttore del dipartimento per gli Affari fiscali, cioè delle politiche di bilancio pubblico, del Fondo monetario internazionale, con Matteo Renzi non aveva mai legato. Un po' meglio con Pier Carlo Padoan, rimasto nella sostanza il suo ministro di riferimento anche se Renzi lo aveva posto sotto il controllo di palazzo Chigi. E in uno dei primi cronoprogrammi a base di slides, il presidente del Consiglio aveva notato che i tagli di spesa proposti da Cottarelli erano troppo timidi, che si poteva fare di più. Così lo “zar dei risparmi” aveva prodotto una nuova tabella da 7 miliardi per il 2014, 18 per il 2015 fino a 33,9 nel 2016. Cifre che non vanno cumulate, ma intese come risparmi strutturali a regime. Poi però il premier si era lamentato che i tagli di Cottarelli fossero più teorici che reali, non tenendo conto di leggi, regolamenti, regimi autonomi e possibili ricorsi. Gli aveva insomma rinfacciato, sempre ufficiosamente e mai in pubblico, una mancanza di pragmatismo; forse quella che ora chiederà a Yoram Gutgeld, da lunga data tra i suoi consigliere economico di fiducia.

A sua volta Cottarelli si era lamentato, sempre con il suo staff e con amici e conoscenti del mondo accademico e giornalistico, che il governo non fosse intervenuto a sufficienza sulla spesa sanitaria, su quella previdenziale, sull'accorpamento delle forze dell'ordine a cominciare da Polizia e Carabinieri. E proprio una misura annunciata dal governo sulle pensioni ha fatto deflagrare il conflitto: la decisione di Marianna Madia, ministro della Pubblica amministrazione, di consentire a 4 mila docenti di andare a riposo con la quota 96, cioè la somma tra contributi ed età anagrafica, in deroga alla riforma Fornero. Questo per assumere altri 4 mila insegnanti giovani, in nome della staffetta generazionale. Cottarelli è insorto accusando di utilizzare i risparmi per coprire spese correnti; se l'è presa con il Parlamento, ma il vero Bersaglio è Renzi ed i ministri a lui più vicini. In realtà se si fa l'elenco dei tagli che dovevano essere fatti e sono ancora in stand by, l'elenco è molto più lungo. A cominciare dalle privatizzazioni che già quest'anno dovrebbero rendere 12 miliardi, cominciando da Poste e Enav. La realtà è semplicemente un'altra.

Cottarelli, e come già prima di lui una sfilza di predecessori, ultimi tra i quali Piero Giarda, Enrico Bondi e Francesco Giavazzi, avrebbero dovuto proporre ai governi quelle misure dei quali i governi stessi, e quindi la politica, non vuole assumersi la responsabilità, in quanto impopolari. È, da parte della politica italiana, un'ammissione congenita di incapacità visto che nulla di simile accade in altri paesi. Al tempo stesso è anche un tentativo di rinviare le scelte più impopolari, perché i vari commissari antispesa devono poi vedersela con governi e parlamenti. Il probabile addio di Cottarelli avrà fatto chiarezza su questa ambiguità, se Renzi avrà il coraggio di assumersi lui la responsabilità di tagli impopolari. Gutgeld, se davvero toccherà a lui (ci sono dubbi in proposito), già senior partner della McKinsey, vicino a Renzi dai tempi delle varie Leopolde e ora deputato del Pd, è ormai più un politico che un tecnico, in quanto siede a Montecitorio.

E sarà interessante vedere se intenderà riproporre la terapia d'urto che propugnava un anno fa: “Tagli alle pensioni ottenute con il metodo retributivo, privatizzazione immediata di Poste, Ferrovie, Rai, municipalizzate e campioni nazionali (cioè Eni, Enel e Finmeccanica), contratto unico per dipendenti pubblici e privati senza articolo 18”. Con il ricavato, stimato in 20 miliardi l'anno, “abbattimento shock delle tasse”. Nel frattempo entro settembre Renzi e Padoan dovranno mettere nero su bianco il nuovo Documento di economia e finanza, la ex Finanziaria. E, visto il Pil che non cresce e alcuni mancati introiti (come le privatizzazioni), c'è chi stima una manovra da 16 miliardi. Che però non potrà più spremere un paese che rischia seriamente l'avvitamento.