Con una buona dose di conformismo molti hanno presentato l’allontanamento di Luca di Montezemolo dalla Ferrari come prova inconfutabile della “fine di un’epoca” nell’impero Fiat, e soprattutto della fine di uno stile: quello definito sabaudo, e riconducibile all’eleganza, alla disciplina ed ai bei tempi di Gianni Agnelli. Di vero c’è soltanto che - come ha scritto Il Velino - siamo al tramonto definitivo di quella generazione di azionisti (gli Agnelli e le loro infinite parentele) che “vestivano alla marinara”, una schiatta della quale effettivamente Montezemolo, benché fuori dalla dinastia, è stato l’ultima incarnazione. Del resto la sua principale sponsor, dopo la morte dell’Avvocato, fu proprio Susanna Agnelli, l’autrice del best seller e di quel titolo di straordinario successo. Ma per il resto le analisi di queste ore sono parecchio provinciali; ma soprattutto inesatte.

Provinciali perché nessuna grande corporation del mondo va avanti senza colpi bassi, voltafaccia, tradimenti, all’insegna del puro fair play. La Apple, azienda simbolo del nuovo in tutti i sensi, mandò via Steve Jobs (prima di richiamarlo): la Fiat non può - a torto o ragione - licenziare Montezemolo dalla Ferrari? Punto due: faide e guerre, anche personali, in Fiat ci sono sempre state. Anche quando regnava Gianni Agnelli. E ce ne saranno ancora: possiamo anzi anticipare due possibili futuri terreni di scontro, il Corriere della Sera e la Juventus.

Parlando solo della storia più recente, basta ricordare come Cesare Romiti, allora amministratore delegato della holding, fece fuori Vittorio Ghidella, capo di Fiat Auto (che allora riuniva Fiat, Lancia e Abarth). Riccardo Ruggeri, che entrò a Mirafiori come tecnico figlio di un operaio e fece carriera fino alla guida operativa di New Holland e alla nomina nel direttivo della holding, nel libro “Una storia operaia” ha raccontato che su Ghidella venne confezionato un dossier di tipo vagamente spionistico, e questo dopo che Agnelli designò suo fratello Umberto a succedergli come presidente del gruppo, e proprio Ghidella a succedere a Romiti come amministratore delegato. Romiti si infuriò, avendo in mente altri nomi (a cominciare da Paolo Cantarella, un suo fedelissimo) ma soprattutto non avendo nessuna intenzione di passare la mano. Così Ghidella, che aveva creato la Uno, il modello che consentì alla Fiat di diventare il primo produttore europeo, fu accusato di interessi privati e costretto alle dimissioni. Scomparso nel 2011, Ghidella non parlò mai di quei retroscena, noti abbondantemente a tutti gli addetti a lavori, giornalisti compresi.

Ancora prima c’era stata, nel ‘76, la guerra tra Gianni, Umberto e Romiti (allora direttore finanziario indicato da Enrico Cuccia, patron di Mediobanca) intorno al breve periodo di Carlo De Benedetti come amministratore delegato. L’Ingegnere durò al Lingotto quattro mesi. E, molti anni dopo, morti l’Avvocato (2003) e Umberto che gli era succeduto (2004), la mossa con la quale i legali di famiglia Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens impedirono alle banche di convertire i loro crediti in azioni, il che avrebbe sottratto la Fiat agli eredi. Operazione che fece scattare una condanna in appello, un annullamento del processo in Cassazione, una nuova condanna, infine la prescrizione da parte della Suprema corte.

All’epoca del fatto (2005) presidente della Fiat era Montezemolo, amministratore delegato Marchionne. Tra gli azionisti un ruolo forte l’avevano assunto i fratelli Elkann, John e Lapo, e fu questo gruppo a decidere il pensionamento anche dei due storici avvocati. E a proposito di azionisti: l’ultimo erede diretto degli Agnelli, Andrea, figlio di Umberto e di Allegra Caracciolo, è stato mandato a presiedere la Juventus. Un ruolo di lunga tradizione, già ricoperto da suo padre: sennonché è l’unico incarico operativo attualmente ricoperto da un Agnelli. John Elkann, detto Jaki, è infatti primogenito di Margherita Agnelli (a sua volta figlia di Gianni e Marella) e di Alain Elkann, giornalista e scrittore. Margherita, la figlia ribelle anche quando l’Avvocato era in vita, è stata protagonista di una dura vertenza giudiziaria sulla suddivisione dell’eredità.

Insomma, lo stile Agnelli narrato da Susanna “Suni”, a sua volta scomparsa nel 2009, in “Vestivamo alla marinara”, appare più un fenomeno di costume immortalato da un bellissimo libro - con un altrettanto bellissimo titolo - che non la realtà. Ora c’è chi dice appunto che, dopo la Ferrari, la diatriba potrebbe spostarsi sulla Juventus, dove Andrea non nasconde la propria insofferenza, e sulla Rcs, editrice del Corriere della Sera, dove l’accomandita Giovanni Agnelli & C. è la maggiore azionista. In Rcs fino a poco tempo fa si esercitava l’influenza di Luca di Montezemolo, attraverso l’ex ad Antonello Perricone. Gli insider narrano di un John Elkann, spinto dalla moglie Lavinia Borromeo, che vorrebbe contare di più in Via Solferino, dopo aver fatto lui un pensierino alla presidenza Ferrari. Ma Jaki ha un carattere schivo. e soprattutto Marchionne vorrebbe che gli azionisti si concentrassero sul business dell’auto (oltre a incassare i dividendi), per non ripetere gli errori dell’era Romiti. Quando tutti si occupavano di tutto.