I lettori ci perdoneranno se oggi non ci occupiamo né delle riforme promesse da Matteo Renzi (a cominciare da quella, fondamentale, del mercato del lavoro) né del referendum scozzese. Invece vi sottoponiamo un argomento forse minore, ma che riguarda la stragrande maggioranza di noi: il pagamento della tassa di possesso dell'automobile, l'ex bollo-auto, e in particolare il ruolo che vi svolge l'Aci, l'Automobile Club d'Italia, un ente che quasi tutti conoscono e con il quale nel bene e nel male quasi tutti hanno avuto a che fare. Settembre è mese di rinnovo della tassa, e molte regioni inviano "note di cortesia" con le quali chiedono i soldi e indicano le modalità di pagamento. È un memorandum comunque utile; sennonché almeno nel Lazio si scopre una singolarità: chi volesse utilizzare il pagamento online attraverso il sito dell'Aci (www.aci.it) deve versare oltre a un diritto di esazione fisso di 1,87 euro, anche 1,2% dell'importo se utilizza una carta di credito.

Siamo dunque non solo alla tassa sulla tassa - cioè il costo di esazione, dovuto anche se si paga attraverso le delegazioni Aci, le agenzie autorizzate, le tabaccherie, gli uffici postali (dove scende a 1,5 euro), gli sportelli bancomat e l'internet banking - che consideriamo un malcostume nazionale, soprattutto da parte dei beneficiari diretti, ovvero le regioni. No, c'è dell'altro: se all'Aci paghi via internet e con carta di credito ti chiedono un ulteriore soprassoldo. Una pratica che nessun sito di commercio online, né le aziende che vendono attraverso la rete si sognerebbe di applicare. Per non parlare di un normale negozio, ristorante, albergo. Anche perché ovviamente il pagamento via internet riduce i costi del personale. Ci sono, è vero, le commissioni delle carte di credito: ma questo vale per tutti coloro che praticano il commercio elettronico e non.

Eppure l'Aci ha alle spalle una storia anche gloriosa di "amico degli automobilisti". Ma l'epoca in cui lanciava campagne contro lo "stato vampiro" sia sul bollo sia sul prezzo della benzina, sembrano un lontano ricordo. L'Aci fa ormai l'esattore, nella migliore delle ipotesi l'agenzia di pratiche come molte altre, e beneficia di importanti contributi pubblici. Questi vengono erogati attraverso il Coni, essendo l'Aci una federazione sportiva, che dovrebbe quindi occuparsi della pratica dello sport automobilistico e della difesa dell'Autodromo di Monza. Cose che peraltro fa, ma non è questa la sua attività prevalente. Dagli ultimi dati ufficiali (2012) risulta che su entrate complessive pari a 290 milioni di euro, 191 sono connessi alla gestione del Pubblico registro automobilistico, funzione svolta per legge per conto dello Stato (ma il Pra non doveva essere fuso con gli uffici territoriali della Motorizzazione?), 41 milioni vengono dalla riscossione del bollo, 14 dallo Stato e dalle regioni per informazioni sulla mobilità. Siamo all'85% circa del bilancio. Se ne desume che solo una minima parte provenga da libere quote associative, e dalla missione di occuparsi dell'automobilismo come sport.

A tutti gli effetti l'Aci si regge dunque grazie al denaro del contribuente. Nonostante questo, la Corte dei Conti contesta all'Automobile Club irregolarità varie, sia nella gestione del bilancio nazionale sia in quelli provinciali. Ma l'aspetto più sconcertante è, tanto per cambiare, quello legato agli emolumenti ai vertici, alle consulenze, alla struttura dirigenziale. Il presidente Angelo Sticchi Damiani percepisce 236 mila euro l'anno, il massimo concesso agli alti vertici dello Stato. È già il frutto di un'autoriduzione dopo la nuova legge sugli stipendi pubblici. Ma l'uomo forte è il segretario generale Ascanio Rozera, all'Aci da 41 anni, accreditato di 320 mila euro l'anno. Saremmo dunque oltre la soglia di legge. Andando a controllare sul sito istituzionale dell'Automobile Club, alla sezione "amministrazione trasparente" si scopre una sfilza di voci: Stipendio tabellare, Posizione parte fissa, Posizione parte variabile, Retribuzione di risultato anno 2012, Altro. Totale: 301.300 euro.

Non solo. Al di sotto del presidente esiste un Consiglio generale di 41 membri (compresi i rappresentanti dei ministeri ed i presidenti di vari Aci provinciali, da Novara ad Acireale). Poi c'è un Comitato esecutivo di otto persone, che siedono anche nel Consiglio generale. Quindi un'Assemblea generale di 130 membri. Infine la Giunta sportiva (9 membri) e il Consiglio sportivo nazionale (32). Una struttura da fare invidia alle Nazioni Unite o al vecchio Pcus dell'Unione Sovietica. Siamo certi che sia tutto a norme di legge, leggine e regolamenti. Ma la domanda è: tutto questo serve al comune automobilista, che l'Aci afferma di rappresentare, e al quale chiede due soprassoldi per pagamenti su internet?