Per tutta la giornata di ieri, e fino a tarda sera, ci hanno raccontato che il risultato del voto scozzese era sul filo di lana, che comunque andasse (gli exit pool indicavano la vittoria del no) lo scarto sarebbe stato minimo.

Ebbene, ci troviamo oggi con un risultato definitivo di dieci punti di vantaggio di coloro che desiderano restare uniti all’Inghilterra, nella Gran Bretagna. Dieci punti, in un voto che si è svolto solo in Scozia e tra scozzesi, non sono un bruscolino: segnano una netta sconfitta dei separatisti di Alez Salmond (primo ministro della Scozia, il quale ha perso nel suo stesso collegio), e una vittoria del premier inglese David Cameronorevole Questo al di là dei meriti e dei demeriti, della giustezza o meno delle ragioni degli indipendentisti e degli unionisti.

Ma soprattutto, e per l’ennesima volta, indicano un fiasco dei sondaggi. La settimana scorsa, lunedì 8, si era aperta con il “sorpasso” degli indipendentisti, dato per certo dall’istituto YouGov con il 51 a 47. La sterlina era crollata, Dawning Street aveva aperto ancora di più il sacco delle promesse ed il portafoglio. I leader Tory e Labour si erano precipitati a Glasgow ed Edimburgo. Poi gli stessi sondaggi avevano segnalato una “lieve” rimonta del no, contenuta però in pochi punti. “Too close to call”, troppo poco per fare previsioni, secondo la formula classica.

Ma dieci punti, ripetiamo, non sono “too close”. Però nel frattempo, oltre alla sterlina, era entrato nel mirino l’euro, gli spread erano risaliti, e con loro i tassi d’interesse dei titoli pubblici con la sola eccezione di quello sui Bund tedeschi. Se uno credesse alle macchinazioni, ce ne sarebbe in abbondanza. Siamo invece più portati a credere che i sondaggi non siano più attendibili. Campioni troppo ridotti, e soprattutto male tarati su un mondo ed abitudini in continuo cambiamento. Conseguenze troppo manipolabili a livello finanziario, mediatico, politico. In questi giorni infatti pareva scontato che il distacco della Scozia da Sua Maestà si portasse dietro il crollo dell’euro, l’uscita inevitabile dall’Unione europea della Gran Bretagna (di ciò che ne restava), nonché un effetto imitativo in Spagna (Catalogna) e Italia (Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige). Il bello è che tutti questi discorsi continuano anche in queste ore: come se in Scozia avessero vinto i sì.

Sia chiaro: gli indipendentisti hanno ottenuto un buon successo, ed il referendum stesso è stato una brillante prova di democrazia. Ma i numeri contano, ed i numeri parlano di una chiara sconfitta. Che certo verrà attenuata dagli impegni presi dal governo e dalla politica inglese, impegni che andranno onorati. Ma teniamo anche conto che la Scozia ha il petrolio, la Catalogna e la Padania no. Con questo non vogliamo dire che lombardo-veneti, catalani e tirolesi non abbiano le loro buone ragioni: però in democrazia, così come nell’economia, contano i numeri. I sentimenti, il sensazionalismo mediatico, sono tutt’altra cosa.

È chiaro che nelle ultime due settimane c’è chi, come sempre, ha fatto affari d’oro, nelle sale cambi delle banche. Non sarebbe la prima volta: i sondaggi hanno già fallito in modo evidente in Italia, in Francia, nella stessa Gran Bretagna per le Europee. In quasi tutta Europa, in quasi tutto il mondo democratico. La lezione? Prenderli con le molle molto lunghe. Contano i fatti, non la realtà virtuale. Se una piccola (ma non troppo) morale può essere applicata anche alla politica Italia, in questi giorni girano sondaggi assai contraddittori sulla riforma del lavoro prospettata da Matteo Renzi, in particolare sul superamento dell’articolo 18. Bene, il premier li lasci perdere, non si faccia suggestionare e metta in pratica quel che promette. I dati veri, le urne, lo hanno già premiato una volta, alle Europee, anche lì ben oltre ogni sondaggio. Vada avanti, parleranno le urne, quelle vere, non virtuali.