I rappresentanti di “Big Pharma”, la lobby delle industrie farmaceutiche, hanno incontrato ieri, a palazzo Chigi, Matteo Renzi. Tra i capi delle multinazionali, quelli di Bayer, Bristol, Myers Squibb, Ely Lilly, GlaxoSmithKline, Johnson & Johnson, Merk Serono, Novartis e Roche, oltre alle italiane Menarini e Chiesi. Dall’altra parte del tavolo, assieme al premier, i ministri Padoan (Economia), Guidi (Sviluppo) e Lorenzin (Salute). Il lobbying delle imprese sul governo non deve assolutamente scandalizzare, negli Usa è addirittura istituzionalizzato, con la differenza che le aziende devono farsi rappresentare al Congresso e alla Casa Bianca da lobbisti accreditati. In realtà l’interesse è reciproco. Renzi ha chiesto a Farmindustria di convincere i colossi farmaceutici a investire di più in Italia, dove tra Pomezia e Napoli, così come al Nord, si sono poli di eccellenza, sia per la ricerca sia per la produzione; a loro volta le aziende temono i tagli sulla sanità, o sulle detrazioni fiscali per gli scontrini in farmacia. Nei mesi scorsi, a Bari, Renzi aveva già chiesto ai produttori di creare più occupazione, e secondo Farmindustria è stato accontentato: su duemila posti promessi ne sarebbero già stati creati 1.600.

Ma non si tratta di beneficienza. Nonostante la crisi, nel 2014 l’export farmaceutico italiano è superiore a quello degli altri grandi paesi europei (il sorpasso è avvenuto l’anno scorso), con un trend di crescita che dura da alcuni anni. Nel paragone con il totale dell’industria, la farmaceutica segna nel 2014 una variazione del 2,1 per cento contro un più 1,3. Ma nel 2013 la forbice era stata maggiore: più 13,8 per la farmaceutica contro meno 0,1 del resto dell’industria. In realtà dietro alle cifre ci sono aree d’ombra. La multinazionale tedesca Bayer ha messo in discussione il futuro di uno dei suoi quattro siti produttivi, quello di Nera Montoro in Umbria; pur confermando investimenti complessivi per un milione di euro. Questo per il trend negativo della chimica, a fronte di maggiori guadagni nella farmaceutica, una situazione che riguarda del resto anche la Germania. Novartis, che vanta un ruolo di leadership in Italia con il 20 per cento degli investimenti dell’intero settore, e 4.600 dipendenti, dei quali 693 ricercatori, è finita nell’occhio del ciclone per pratiche anti-concorrenza.

Nell’ambiente sta certamente facendo rumore il fatto che il primo vaccino sperimentale al mondo per il virus Ebola sia stato messo a punto, e testato su scimmie, nei laboratori della Okairos a Napoli e Pomezia. Si tratta di un’azienda nata nel 2007 da una costola della Merck, che lo scorso anno è stata acquistata per 250 milioni dalla inglese Gsk (GlaxoSmithKline). Anche qui attenzione agli eccessi di sensazionalismo: la notizia che Gsk ha sottoscritto un contratto con l’Organizzazione mondiale della sanità per la fornitura di un milione di dosi non significa che sia stata segnata una vittoria contro l’Ebola, che anzi è in piena espansione e sbarca in Europa. La realtà è che l’industria farmaceutica, in Italia e nel mondo, per il suo ruolo strategico tende a farsi bella con governi e opinioni pubbliche, mentre nasconde le magagne, cosa che invece risultano più evidenti per il resto dell’imprenditoria. A marzo, per esempio, Novartis è stata condannata dall’Antitrust a 180 milioni di multa per aver costituito assieme a Roche un cartello anti-concorrenza su due farmaci per patologie della vista, Avastin e Lucentis. L’accordo consisteva nel promuovere attraverso una serie di pratiche illegali le vendite del secondo, più costoso, a svantaggio del primo, che costa da dieci a venti volte meno. La pratica è costata parecchi soldi sia ai consumatori sia al servizio sanitario nazionale. In precedenza, negli Usa, la Novartis era stata accusata dal dipartimento di Giustizia (cioè dal governo) per avere illecitamente finanziato una serie di farmacia per spingere le vendite del Myfortic, un anti-rigetto per chi ha subito trapianti di reni.

Quanto a Bayer le condanne più recenti sono state in Argentina, per un farmaco riconosciuto come dannoso (un riduttore del colesterolo), e per l’attività chimica negli Usa, per il trattamento di ogm: in questo caso si è trattato di due milioni di dollari. Si tratta di esempi, che per l’Italia presentano una ulteriore variabile. La farmaceutica è infatti strategica per il nostro paese, sia come ricerca e investimenti, sia come occupazione. Ma è anche un settore fiscalmente protetto - basta pensare alla detraibilità delle spese per medicinali - nonché per sua natura contiguo agli usi e costumi delle spese sanitarie, compresi eccessi e malcostume delle strutture pubbliche che se ne occupano. Non si tratta né di ostacolare la libera iniziativa né tanto meno il progresso. Ma è un discrimine molto sottile, e per questo è molto importante capire chi detta le regole.