Un summit con 53 capi di stato e di governo, come l'Asem (Asia-Europe Meeting) di Milano non è generalmente l'occasione giusta per raggiungere accordi concreti - come la pace tra Russia e Ucraina - o realizzare business significativi. Ma se all'interno dell'Asem Vladimir Putin e l'ucraino Petro Poroshenko si siedono due volte faccia a faccia, in colloqui via via più ristretti, questo può essere quanto meno l'inizio di un processo. Ancora di più se, come ha comunicato a fine mattinata di venerdì il Cremlino, "non si escludono successivi incontri bilaterali". Contemporaneamente il presidente russo parla di gas e forniture energetiche con Matteo Renzi, Angela Merkel e Francois Hollande, cioè con i suoi maggiori clienti nell'Europa occidentale.

Parallelamente all'Asem, si svolgono contatti tra oltre 400 imprenditori e manager asiatici con controparti italiane ed europee. Alcuni nella sede istituzionale dell'Assolombarda, molti nelle più discrete e accoglienti suite degli alberghi o delle banche. Tutto ciò dopo la missione a Roma, Berlino e Mosca del presidente cinese Li Kequiang, che ovunque ha firmato rilevanti e strategici accordi industriali e finanziari (per l'Italia otto miliardi di investimenti nella Cassa depositi e prestiti, nell'Enel, nella Finmeccanica per Agusta Westland, e l'acquisizione dell'aeroporto di Parma come hub per il traffico commerciale). In altre parole, l'Europa guarda sempre più a Oriente, vicino e lontano, e sempre meno agli Usa. Gli Stati Uniti sono però gli alleati dell'Europa nella Nato, e cercano di imporre la loro politica estera in Ucraina ed in Siria-Iraq. Mentre con Pechino l'amministrazione Obama non ha un contenzioso militare, ma strategico: va dalla protezione dei diritti d'autore - questione non da poco perché riguarda tutti i colossi del digitale - alle mire sul Pacifico, al semplice fatto che quest'anno la Cina supererà gli Usa come prima potenza mondiale per Pil misurato a parità di potere d'acquisto.

Nel frattempo le trattative tra Nord America ed Europa per arrivare ad un Trattato di libero scambio, partite nel 2013, segnano il passo rischiando il fallimento. Causa l'irritazione della Germania per il Datagate, la ritrosia europea a farsi coinvolgere nelle "guerre americane", ma anche il fatto che per quasi l'intero suo primo mandato Barack Obama ha rivolto lo sguardo altrove, principalmente, appunto, al Pacifico. Non è tutto, perché la Casa Bianca resta in pressing sugli europei affinché riducano i loro legami energetici con la Russia, ora che gli Usa hanno raggiunto l'autosufficienza grazie allo shale gas e possono diventare esportatori netti di energia.

Ma è stata la controversa operazione delle Primavere arabe, lanciata dall'amministrazione americana nei primi mesi del 2011 sulla sponda mediterranea dell'Africa, ad aver prodotto strascichi che si percepiscono a tutt'oggi. Pur restando apparentemente in seconda linea, gli Usa furono i veri artefici di quella guerra che vide impegnati il francese Nicolas Sarkozy e l'inglese David Cameron, ed anche un riluttantissimo Silvio Berlusconi. Non la Germania. I regimi che dominavano Libia, Tunisia, Algeria sono stati abbattuti, l'Egitto è in piena instabilità, e dunque l'Europa (e in particolare l'Italia) ha perso gli interlocutori economici e politici a Tripoli, Algeri, Tunisi. Al posto delle vecchie dittature c'è ora un'instabilità permeata di fondamentalismo, compresa l'ultima versione dello Stato Islamico di al Baghdadi. In apparenza non certo un successo di Washington (con drammatiche defaillance come l'assassinio a Bengasi dell'ambasciatore in Libia Chris Stevens): ma alla fine gli americani sono riusciti a disarticolare legami e interessi storici tra le due sponde del Mediterraneo.

Era questo il loro vero obiettivo? Di certo è intanto il fallout di quella operazione, misurabile ancora oggi: chiedere all'Eni, per esempio. Da allora il solco Europa-Usa si è allargato, al di là di tutti i discorsi di circostanza. Quando è scoppiata la crisi ucraina, la Casa Bianca ha trovato sostenitori in Polonia e nei paesi baltici, un tempo soggetti al dominio sovietico, non negli alleati tradizionali del Patto Atlantico: perfino la Gran Bretagna è stata riluttante sulle sanzioni. Stessa cosa con l'Isis, nonostante la ferocia dei nuovi jihadisti: le operazioni militari vengono condotte dal cielo dagli americani, dagli infidi alleati arabi, dalla Turchia che guarda ai propri interessi, mentre la Francia ha effettuato un solo raid in circa un mese. Chi avrà avuto ragione lo si vedrà dopo, quando si tireranno i conti di questo decennio. Obama è ormai un presidente a metà del secondo mandato, e con le elezioni di mid-term che tra pochi giorni potrebbero costargli il Congresso; tra un anno sarà la classica "anatra zoppa", che non è un termine spregiativo ma nel lessico del potere Usa indica che l'uomo più potente del mondo è in uscita. Nel frattempo, però, hanno meno problemi il suo paese e la sua economia, che non l'Europa.