Si scrive Pd, si legge Leopolda. Come si è visto alla direzione di ieri, questo pensa la sinistra democratica: che Matteo Renzi si stia costruendo un partito personale nell’apparato, nazionale a livello politico ed elettorale. Il modello è quello anglosassone, cioè una struttura centrale leggera e soprattutto fedele alla leadership, cioè al capo, e da lui modellata. E proposte politiche a ripetizione, quasi una al giorno, rivolte sia all’elettorato moderato (taglio delle tasse e scontro con le regioni) sia a quello progressista: bonus bebè, impegno a una futura legge per legalizzare le coppie omosessuali, cittadinanza italiana ai figli di immigrati dopo un ciclo scolastico: tutto, per la verità, piuttosto diluito nel tempo e nella sostanza. Renzi, agli occhi dei suoi avversari interni al Pd, di Sel e della Cgil, cerca di ripercorrere le orme di Tony Blair e Bill Clinton i quali - soprattutto l’ex premier inglese - prima travolsero i loro vecchi partiti (Blair gli cambiò anche nome in New Labour) e relativi apparati, poi sfondarono al centro, tra i Tory in Inghilterra e tra i repubblicani negli Usa. Quando Renzi parla di un “partito nazionale”, inclusivo, che risponda innanzi tutto agli elettori senza curarsi troppo degli iscritti né dei corpi intermedi come i sindacati, probabilmente si riferisce davvero a quei modelli. Che d’altra parte sono da anni quelli di successo nel resto del mondo. Anche se poi non bisogna mitizzare perché il sistema funziona solo con leader carismatici come furono appunto Tony Blair e Clinton, con i loro epigoni attuali, da Ed Miliband a Barack Obama, molto è ritornato nelle mani dei congressi, delle tessere, degli apparati appunto.

Ma se questa è la situazione nel Pd e dintorni, nel campo avverso è come se fosse passato un turbine. Con Silvio Berlusconi sempre più rintanato ad Arcore e nel recinto del patto del Nazareno, è la Lega ad aspirare alla leadership del centrodestra. La manifestazione di Milano del 18 ottobre organizzata da Matteo Salvini, aperta a Fratelli d’Italia, alla nuova Alleanza nazionale e altre forze ex Pdl, ha avuto un buon successo: 150 mila persone sono un lusso di questi tempi, l’ha capito anche Beppe Grillo. Salvini cerca di organizzarsi sul territorio, strizzando l’occhio al Sud, guardando anche ai dissidenti di Forza Italia tipo Raffaele Fitto. La sinistra non renziana ha rispolverato l’accusa di “fascio-leghisti”, già utilizzata vent’anni fa, ma questi sono termini che oggi dicono poco. La campagna di Salvini, dunque, ruota principalmente intorno alla questione degli immigrati, in tempi di crisi assai sentita dalla gente comune, così come sta accadendo in Germania, Francia, Gran Bretagna. Gli stranieri, soprattutto africani e cinesi sono vissuti come una minaccia per il lavoro e l’economia, e questo anche per chi si considera di sinistra. Per inciso, l’ha capito anche Renzi, il cui progetto di “ius soli”, cioè di concedere la cittadinanza ai nati in Italia figli di immigrati, e dopo un ciclo di studi nelle nostre scuole, è molto più restrittivo rispetto ai tradizionali slogan progressisti sull’accoglienza. Mentre è in linea con le leggi, rese più stringenti, dell’Inghilterra, degli Stati Uniti, dell’Olanda.

Matteo Salvini si sta occupando a fondo della questione, e con una certa arguzia: ha nominato responsabile delle Lega per l’immigrazione e la sicurezza Toni Iwobi, un nigeriano, in Italia da 38 anni, ovviamente cittadino italiano. Ma guai a fare paragoni con Cecile Kyenge, ministro dell’Integrazione nel governo Letta, di origini congolesi: “Io non predico le porte aperte per tutti, non voglio clandestini, difendo gli immigrati che rispettano le leggi, come me” dice Iwobi. “Farà più Toni in un mese per gli immigrati regolari, di quanto avrebbe fatto la Kyenge in una intera vita” assicura Salvini. Il bersaglio parallelo è Angelino Alfano, che come ministro dell’Interno ha prima voluto l’operazione Mare Nostrum, poi l’ha chiusa. “Un disastro, un servizio traghetto gratuito dall’Africa alla Sicilia. Senza contare la diaria di 30 euro al giorno, il soggiorno in residence e alberghi a spese dello Stato, che rimangono” dice questa nuova destra. Che invece è assai più cauta su un altro terreno, i diritti civili per le coppie gay. La Lega ha capito che la questione non si può affrontare frontalmente, ma va capita e regolamentata. Diversamente si andrà a una sconfitta come ai tempi del divorzio e dell’aborto. Naturalmente leghisti e dintorni sono contrari, contrarissimi a ogni forma di matrimonio; ma aprono sui registri civili per le coppie di fatto, quello che in sostanza vuol fare anche Renzi. Anche qui la difesa dell’ortodossia è lasciata volentieri ad alcuni irriducibili del Nuovo centrodestra alfaniano e di Forza Italia, due partiti entrambi divisi e in ritardo sull’argomento.

Con tutto il suo attivismo, e con la carica di popolarità riscontrata anche dai sondaggi, Salvini però può aspirare ad essere leader di un’opposizione diversa a Renzi e al renzismo; discorso diverso per puntare al governo. La Lega, sia nel formato padano che in quello nazionale, non ha una vera ricetta economica, chiede genericamente l’uscita dall’euro, fatto oggi impossibile e forse impensabile. Salvini (con la benedizione di Berlusconi) è andato in missione a Mosca per perorare la fine delle sanzioni che danneggia le aziende del Nord; ma quelle stesse aziende hanno oggi ancora più legami con la Germania e con il centro Europa. C’è comunque una variabile che può dare alla Lega una spinta forse decisiva: il successo in Francia di Marine Le Pen. Intanto nel 2015 si voterà in altre sette regioni, tra le quali il Veneto, e Salvini rischia di perdere. Dunque motivo in più per preparare un’opposizione più nelle piazze e nei talk show che una reale alternativa di governo. E tuttavia “l’altro Matteo” rischia diventare per l’opinione pubblica la vera alternativa, per quanto minoritaria, al Matteo che sta a palazzo Chigi. Forza Italia, infatti, in preda alle sue divisioni risulta sempre non pervenuta, e quanto agli alfaniani stanno contrattando modifiche alla legge elettorale che garantisca loro la sopravvivenza. Non un grande obiettivo.