Come Il Velino aveva previsto esattamente una settimana fa, Monte dei Paschi e Carige sono le banche italiane bocciate dagli stress test della Banca centrale europea. Un'altra pattuglia di sette istituti passano grazie a ricapitalizzazioni adottate nel 2014. Naturalmente si potrà discutere - e lo sta facendo anche la sempre prudente e istituzionale Banca d'Italia - sui criteri dei test, nonché sul fatto che gli anni scorsi le più blasonate banche tedesche, francesi, inglesi e belghe siano dovute ricorrere a generosi aiuti di Stato, sotto forma di prestiti o di semi-nazionalizzazioni, mentre il governo italiano ha solo in minima parte emesso prestiti (i Tremonti e Monti bond), a tassi salati e quasi tutti già restituiti. In altri termini il sistema bancario italiano non ha gravato sul contribuente, come è invece avvenuto nella virtuosissima Germania, oppure in Francia e altrove. Detto questo, è indubbio che se era previsto che Mps e Carige non sarebbero scampate agli stress test, nessuno, neppure a Siena, si aspettava una tegola tanto pesante per la ex "banca rossa". Il management del Montepaschi che prevedeva infatti una sottocapitalizzazione di qualche centinaia di milioni, si trova a doversi misurare con 2,1 miliardi. Difficilissimo, forse impossibile tamponare la falla con un nuovo aumento di capitale, dopo quello da cinque miliardi dei mesi scorsi. Impensabile ricorrere a nuovi prestiti dallo Stato. E insufficienti sarebbero anche le cessioni di asset e crediti delle quali si era discusso negli ultimi giorni. Dunque resta in pratica una sola ipotesi, che è anche quella caldeggiata dalla Banca d'Italia: una fusione con una banca più forte.

Un socio questa volta strategico, non più puramente finanziario come i fondi ai quali la Fondazione senese ha venduto in estate gran parte delle sue quote. Ma quale socio? Le due big italiane, Intesa e Unicredit, che hanno superato brillantemente il test, possono contare su un surplus di capitale rispettivamente di 10,9 e 8,7 miliardi. Anche Ubi Banca è sopra ai requisiti richiesti di 1,7 miliardi, mentre Mediobanca regista un surplus di 0,7 miliardi. Ma nessuna di queste è al momento disponibile ad entrare nel capitale dell'Mps. Non Intesa e Unicredit, che dopo aver fatto per anni le "banche di sistema", hanno decisamente ripiegato sul proprio business. E Ubi, sulla quale si erano nelle ultime ore puntate le previsioni, o meglio le speranze di Siena (in quanto non troppo grande, quindi un possibile partner alla pari), ha smentito oggi di voler fare il cavaliere bianco. Si dovrà dunque guardare all'estero, come molte altre volte. Le francesi Crédìt Agricole, Bnp Paribas, Credit Mutuel, o la spagnola Santander, sono in cima alla lista degli obiettivi, o dei desideri. Conoscono il mercato italiano, sono risultate molto patrimonializzate ai test, hanno nel Dna aziendale la pratica delle partnership.

Ma ecco il punto: sono colossi rispetto a Mps, e la fusione sarebbe in pratica la consegna a soci molto più forti. I quali, anche se entrassero con quote minoritarie vorrebbero avere le leve del comando. Il Montepaschi che per decenni ha praticato la linea "stand alone", niente aggregazioni per mantenere la propria indipendenza, e che è stato caso mai predatore (con l'Antonveneta) e non preda, dovrà rassegnarsi a chiudere un'epoca. Epoca, peraltro, che affondava le radici nel controllo esplicitamente politico della banca, quando la Fondazione, cioè appunto la politica, ne era padrona più o meno assoluta. Questo andazzo è finito negli ultimi due anni, con l'avvento di un top manager carismatico come Alessandro Profumo (peraltro presidente, senza le deleghe totali di quando era all'Unicredit), e quando la guida della Fondazione è stata presa da Alessandra Mansi, una sorta di marziana per il mondo senese, senza una vera appartenenza politica, vicepresidente della Confindustria. E la Mansi ha portato a termine il proprio compito, realizzando l'aumento del capitale e diluendo le quote della Fondazione a favore di fondi esteri, con alcuni dei quali ha anche stretto un patto parasociale per il 9% del capitale. Di fatto, finora, i maggiori azionisti di Mps sono il fondo americano York Capital Management, il fondo messicano Fintech Advisory, la brasiliana Btg Pactual, quindi il colosso assicurativo francese Axa, la svizzera Ubs, la Fondazione, il fondo Usa BlackRock.

Una sorta di public company molto internazionalizzata, ma con un handicap: la mancanza di un partner bancario strategico. Quel partner che Siena dovrà trovare, e rapidamente. I correntisti e risparmiatori della banca devono stare tranquilli, poiché i loro depositi sono al sicuro, coperti dalla garanzia pubblica. Non solo: come ha mostrato in abbondanza la vicenda della Bnl, l'ingresso in forze di Bnp Paribas, nel 2006, ha rafforzato e ripulito la banca, garantendole una sufficiente autonomia manageriale, senza spargimenti di sangue. Ma Bnl è ormai un brand di un gruppo internazionale nel quale le decisioni strategiche si prendono a Parigi, non a Roma. Quando la Banca d'Italia dice che sarebbe "felicissima" di un takeover su Mps, indica e benedice una soluzione di questo tipo, in stile Bnp-Bnl. Nonostante le polemiche e le traversie di questi anni, il marchio di Rocca Salimbeni rappresenta un valore, oltre che una consistente fetta del mercato italiano. Sull'altro piatto ci sarà la cessione dell'indipendenza.