Centosessanta aziende, 155.000 lavoratori dei quali 28.000 già dichiarati in esubero. Non c’è solo la ThyssenKrupp, al ministero dello Sviluppo Economico: negli ultimi 12 mesi si sono svolte quasi 300 riunioni nei tavoli convocati dalla Unità Gestione Vertenze. Nel 2013 . scrive LA REPUBBLICA - sono stati sottoscritti 62 accordi, ma trovare soluzioni diventa sempre più difficile. Non ci sono settori che si salvano: le vertenze sono distribuite tra l’agroalimentare, la siderurgia, l’informatica, l’elettronica, la chimica, il tessile. A volte la crisi aziendale è determinata da una situazione generale legata alla produzione, come è per le acciaierie, da Terni all’Ilva di Taranto a Piombino. Ma altre volte si tratta semplicemente di decisioni prese dall’alto, per ragioni strategiche che non hanno nulla a che fare con le difficoltà del mercato: è il caso della Guaber di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, destinata a chiudere entro il giugno del 2015 perché la Henkel intende concentrare la produzione nella sede di Milano, trasferendovi solo una parte dei lavoratori. Oppure della Natuzzi: l’accordo che prevedeva la ripresa della produzione in Puglia, dopo la delocalizzazione in Romania, appare sempre più difficile da mettere in atto. «I motivi della crisi si rifanno alla fine dell’industria di massa e alla diffusione della tecnologia, che hanno ridotto il potere d’acquisto, posti di lavoro e status sociale di milioni di famiglie, producendo un mercato del lavoro nel quale l’offerta supera largamente la domanda», osserva il segretario generale della Uiltec, Paolo Pirani, che ieri ha aperto il congresso nazionale del sindacato proprio rivolgendo un appello a Renzi: «Se si vuole contrastare la crisi industriale, il governo non può limitarsi a moltiplicare i tavoli di confronto». Poco più del 50 per cento delle vertenze sono concentrate al Nord, naturalmente non perché il Sud stia meglio, ma solo perché lo smantellamento dell’industria nel Mezzogiorno è partito prima, da Termini Imerese e dalle raffinerie di Gela alla profonda crisi del Sulcis, con le vertenze di Alcoa e di Euralluminia che coinvolgono centinaia di lavoratori. Persino il Papa è intervenuto sulle crisi aziendali, chiedendo un intervento del governo per i lavoratori di Meridiana, che erano andati all’udienza del mercoledì con bandiere e striscioni: si parla di 1.366 esuberi, fino a qualche settimana fa l’azienda ne aveva proposti 1.634. I tavoli al ministero, ha sottolineato qualche giorno fa in un convegno il viceministro allo Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti, servono a evitare che «le imprese in crisi scelgono la strada più rapida, chiudere anzichè ristrutturare, che è la via più impervia». Ma quando la crisi è irreversibile, le trattative non possono «fare la respirazione bocca a bocca ai cadaveri».