L'irruzione sulla scena politica (o meglio, la rivelazione: Matteo Renzi ne era stato informato da tempo proprio da Giorgio Napolitano) della variabile Quirinale, con la conferma della volontà del capo dello Stato di chiudere al più presto il proprio mandato, non muta il programma del capo del governo-segretario del Pd. Renzi non cambia idea, vuole andare alle elezioni anticipate per rafforzare la propria presa nel partito, nella sinistra e nell'elettorato in generale, ora che i consensi sono ancora alti, mentre l'anno prossimo chissà. Capitalizzare questa popolarità è la priorità numero uno per ripartire, portare a conclusione le riforme già annunciate e inserirne in agenda di nuove. A

convincere il premier che tanto vale finirla qui con un Pd e una sinistra che sulla carta sono ancora quelli usciti dalle elezioni del 2013, segretario Pier Luigi Bersani, pare sia stata in particolare la vicenda del Jobs Act e dell'opposizione furibonda che le modifiche all'articolo 18 incontrano nella sinistra del partito e nella Cgil. Renzi sa bene che l'articolo 18 ha anche un valore simbolico, ma sa altrettanto bene che proprio su questo punto, in quanto simbolico, sarà giudicato in Italia dal mondo economico-sociale, ed in Europa da quello economico-politico. Le due cene elettorali hanno portato in poche ore 1,6 milioni nelle casse del partito, ma soprattutto hanno indotto decine di imprenditori grandi, piccoli e medi a far la fila per sedersi ai tavoli renziani. E' in gran parte lo stesso popolo che per anni ha contribuito al successo di Silvio Berlusconi, e in passato della Dc. Egualmente sa benissimo che nella società, specie nelle classi medie, tra i giovani e tra chi lavora, l'appeal dei sindacati è ai minimi. Così come non è esaltante il gradimento ad altre forze intermedie alle quali palazzo Chigi ha dichiarato guerra, dalla magistratura in giù.

Dunque le elezioni restano l'obiettivo di breve-medio termine: questione non più di settimane, ma di mesi sì. E poiché se è vero che un Napolitano ormai in uscita non potrebbe sciogliere per l'ennesima volta il Parlamento, nulla impedisce di farlo al suo (o sua) futuro successore. Dipende ovviamente da chi salirà al Colle, dalla sua vicinanza o meno con il giro renziano. Addentrarsi nel toto-Quirinale è notoriamente inutile. Però, visto il massacro cui è andato incontro a suo tempo Pier Luigi Bersani, è certo che Renzi cercherà di chiudere la partita in pochi giorni: tradotto, significa alla quarta votazione, quando basterà la maggioranza assoluta dei grandi elettori, in luogo dei due terzi. Paradossalmente nel testo di riforma istituzionale approvato dal Senato, e in attesa di successivi passaggi parlamentari, è stato inserito anche un emendamento per spostare il quorum di maggioranza assoluta (e non più dei due terzi) dalla quarta alla nona votazione, semplificando anche la composizione dei votanti: non più deputati, senatori (i 100 previsti dal nuovo Senato) e rappresentanti delle regioni, ma soltanto i parlamentari. Firmatario dell'emendamento, Miguel Gotor, fedelissimo di Bersani, il quale aveva anche annunciato l'intenzione di chiamare a votare anche i parlamentari europei.

Se si blocca la legislatura ogni atto parlamentare decade, e dunque si dovrebbe ripartire da zero anche sulla riforma istituzionale, oltre che su quella elettorale. Motivo in più per tentare di condurre in porto la seconda, rinviando la prima al futuro parlamento. Anche se le due leggi dovevano procedere insieme, le imminenti dimissioni di Napolitano forniscono a Renzi un altro buon motivo per correre alle urne. Napolitano infatti aveva legato la sua permanenza in carica all'approvazione della nuova legge elettorale, che era stata poi collegata alla riforma istituzionale. Ora questo collegamento salta, per la presa d'atto del Presidente delle tattiche dilatorie dei partiti, per la sua stanchezza, per il fattore età. Dunque Renzi può tentare un blitz sulla riforma elettorale, costringendo Silvio Berlusconi ad accelerare i tempi sull'Italicum, che comunque si applica solo alla Camera (in questo caso per palazzo Madama si voterebbe con la legge attuale). Oppure può andare alle urne con le modifiche imposte dalla Corte costituzionale, sostanzialmente un voto proporzionale e con le preferenze.

Renzi è convinto di farcela anche così, deve però sfruttare il momento. Meglio sarebbe certo strappare un premio maggioritario ridotto, alla lista e non alla coalizione (si parla del 10-12%), e una quota di preferenze per il 70% dei candidati. Dipende ormai da Forza Italia, che però ha meno margini di manovra e soprattutto è divisa. Del resto a questo punto è per Silvio Berlusconi che cambia l'ordine delle priorità: al primo punto c'è di accordarsi con Renzi per un futuro presidente della Repubblica che garantisca anche il centrodestra, o almeno il suo partito. Non è un allargamento ufficiale del patto del Nazareno al Quirinale (anche perché su questo punto è impossibile fornire garanzie blindate), ma una sorta di patto d'intenti. Se non sarà possibile, liberi tutti.