L'esito delle Regionali, con l'astensionismo record soprattutto in Emilia- Romagna, già regione rossa per antonomasia, sempre obbediente alla disciplina di partito e modello di partecipazione alle urne, apre strascichi e scaricabarile. Un candidato debole del Pd in Emilia, un centrodestra dove la Lega sta raccogliendo in primi frutti del takeover lanciato da Matteo Salvini. Al Sud, in Calabria, regione sempre in bilico, la frantumazione e il harakiri dei moderati. Tutto secondo copione, anche se forse non in queste dimensioni.

Matteo Renzi può dire che lui si occupa di Italia e di Europa, non di un Pd che localmente non tiene (benché non abbia di fatto opposizione). La Lega gioisce per aver surclassato Forza Italia - per non parlare degli alfaniani - dimostrando di essere la "vera" opposizione al governo. Ma anche la sinistra sindacale ormai animata dalla Fiom, che in Emilia ha esplicitamente invitato a non votare per il candidato Pd, canta vittoria; benché Stefano Bonaccini venga poi dalla vecchia filiera del partito. Tutti hanno motivo di trarne previsioni e conclusioni per la prossima tornata, che riguarderà altre sette regioni, ben più strategiche (tra esse Veneto, Toscana, Liguria, Campania).

Per il momento parlano i numeri. E sono chiari. Per le Europee 2014 in Emilia-Romagna andarono alle urne il 70% degli elettori, che contribuirono non poco a decretare il successo di Renzi. Ieri ha votato poco più della metà. Alle Politiche 2013 l'affluenza era stata addirittura dell'82,1%. A quelle 2008 dell'86,2. Siamo a una crisi di sistema o giù di lì. Differenze minori in Calabria (dal 71,4 del 2008 al 45,8 delle Europee al 43,8 di ieri), che come partecipazione politica supera dunque la ex virtuosa Emilia. I numeri dicono anche che il tasso di voto alle Regionali è sempre più basso: 68,1 nel 2010 in Emilia-Romagna, e 59,3 in Calabria. C'è un ulteriore elemento di disaffezione verso un tipo di governo, e di politica, quello regionale, che fa parlare di sé più per i privilegi (vitalizi e dintorni) che per i servizi che amministra.

Ma queste elezioni rivelano soprattutto che non esistono più elettorati stabili, bacini di voti blindati. Non è la prima volta che la sinistra va sotto nelle sue terre, basta pensare a Bologna e Parma. Ma la reazione era stata sempre pronta e partecipata. Egualmente, dopo ogni disfatta al Sud il centrodestra aveva sempre reagito. Ora tutto è avvolto nell'incertezza. Basterà al Pd il carisma di Renzi? Prevarrà l'opposizione "sociale"? E dall'altra parte, con numeri così, il Cavaliere difenderà il patto del Nazareno, considerandolo magari un'assicurazione contro guai peggiori, o cederà ai suoi molti oppositori interni, che vedono l'avanzata del Carroccio da una parte, l'inconsistenza di altre proposte dall'altra?

Molto dipenderà dal successo o meno delle riforme promesse da Renzi. Se tornerà il sereno nell'economia, se torneranno un po' di lavoro e soldi in tasca, questo deficit di rappresentatività potrà considerarsi episodico. La leadership renziana si consoliderà, e di conseguenza nascerà anche un'opposizione. Altrimenti la partita si farà più rischiosa per tutti, gli scenari imprevedibili, anche per Renzi, fino a ieri considerato lanciato verso il successo al punto da coltivare neppure troppo riservatamente il progetto di elezioni anticipate. Sul quale ora dovrà ora, inevitabilmente, riflettere parecchio.