Il titolo Eni scende di quasi dieci punti dall'inizio dell'anno, toccando i minimi storici. Causa, il crollo del prezzo del petrolio: il WTI (West Texas Intermediate), usato come riferimento sui mercati mondiali, ha sfondato al ribasso il muro dei 65 dollari al barile; il Brent del Mare del Nord quella dei 70. La prima cosa che balza agli occhi è che il beneficio alla pompa di benzina è (tanto per cambiare) molto attenuato: prima dell'estate il greggio quotava 110-115 dollari, quasi il 50% in più, ma da allora per i consumatori la verde e il diesel sono calati intorno al 10%. Colpa delle tasse, che incidono per oltre il 60%, e in particolare delle accise che i governi, compreso questo, hanno la pessima abitudine di usare come paracadute per far quadrare i conti. Colpa poi della scarsa liberalizzazione (i benzinai devono in gran parte approvvigionarsi dagli stessi produttori con prezzi bloccati), della rete mai rinnovata, della mancanza di discount. Stessa situazione, più o meno, per i prezzi domestici e per l'energia per le aziende: i risparmi, caso mai, vengono dalla stagione mite.

Ma questi sono solo gli aspetti più visibili per tutti noi. Perché la discesa del barile sta producendo un effetto domino sull'economia e sulla politica mondiale. A provocarla è stato il rallentamento della domanda, in Europa ma anche in Cina, causa la frenata dell'economia. A questo punto l'Opec, l'organizzazione dei produttori che riunisce i paesi arabi, africani e Venezuela ed Ecuador, ha deciso di non tagliare la produzione, l'arma usata spesso per tenere alti i prezzi. Anche la Russia si è adeguata, di malavoglia, perché il paese di Vladimir Putin è quello che rischia di più. Stessi problemi per la Nigeria, già potenza emergente che ora molti considerano quasi fallita. Ma c'è chi crede che il vero bersaglio della decisione, come sempre presa dall'Arabia Saudita, siano gli Stati Uniti: i quali hanno puntato molto sullo shale gas e shale oil, l'energia estratta dalle rocce, che ha dato agli Usa l'autosufficienza energetica e che ha fatto di Barack Obama un infaticabile lobbista (in senso buono) per convincere europei ed altri ad allentare la dipendenza energetica da Medio Oriente e Russia ed approvvigionarsi dagli americani.

Ma per gli Usa le conseguenze sono soprattutto positive: tra autosufficienza energetica ed economia che tira, colgono soprattutto l'impatto positivo di una crisi dall'altra parte del mondo. Invece il cambio di scenario mette appunto nei pasticci soprattutto la Russia. Petrolio e gas rappresentano il 70% delle esportazioni del paese, e il 50 delle entrate fiscali. E' con gas e petrolio che Putin ha tenuto in scacco (e poi parzialmente invaso) l'Ucraina, provocando le sanzioni europee. Una mossa che si sta rivelando un boomerang per il Cremlino, benché le sanzioni continuino a danneggiare molte aziende italiane. Di più, però, stanno costando alla stessa Russia: circa 140 miliardi di dollari. Dall'inizio dell'anno il valore del rublo è precipitato: ne occorrevano 30 per comprare un dollaro, adesso ne servono quasi cinquanta. Di conseguenza l'indebitamento estero è salito a 500 miliardi di dollari, per un quarto a breve scadenza. Ma soprattutto questa situazione sta provocando una fuga di capitali da Mosca e dintorni, mentre sul piano interno le rendite petrolifere, che alimentano il fondo "per il benessere sociale", offrono garanzie incerte, senza contare il milione di posti di lavoro del settore. Una reazione a catena che sta già contraendo i redditi delle classi medie, e relativi consumi, con il che la palla torna anche nel campo europeo.

Le Germania è il maggior fornitore di beni e servizi per i russi, ed è quello che risente più della situazione, a cominciare dalla case automobilistiche. L'Italia è colpita soprattutto nelle piccole e medie imprese (prodotti agricoli, mobili, manifattura), ma anche nel turismo e negli investimenti russi da noi. Un anno fa la stagione di Cortina e Forte dei Marmi è stata in qualche modo salvata da russi e cinesi; quest'anno non sarà così. Anche i fondi sovrano russi sono per ora scomparsi dagli schermi radar, mentre Rosneft, primo produttore di petrolio, ha ridotto le commesse nel Mediterraneo in attesa di soccorsi da Putin. Al momento il potere autarchico di Putin non sembra ancora soffrirne all'interno, mentre all'estero si è vista la differenza nel giro di un mese: al centro di tutti i colloqui al vertice di Milano di ottobre, il capo del Cremlino è stato deliberatamente ignorato al G20 di Brisbane.

Neppure l'Europa, però, può cantare vittoria. La destabilizzazione non fa mai bene ai mercati, soprattutto guardando all'export di beni e di infrastrutture delle quali la Russia è un cliente ai nostri confini. Sul piano finanziario i capitali russi in ritirata non fanno piacere alla Gran Bretagna e, all'estremo opposto, a Cipro, tradizionale cassaforte offshore dei russi benestanti, il quale rischia un altro default. A lungo andare, però, qualcosa potrebbe scricchiolare anche al Cremlino, così come in altri paesi penalizzati dal calo del greggio, tipo l'Iran che si era appena aperto al moderatismo. Nel frattempo i partiti anti-euro che si sono appena fatti finanziare dalle banche russe, come il Front National francese, o che si sono messi in caccia di rubli, come la Lega, potrebbero dover rifare i conti.