C'erano tutti i presupposti per un Renzi-day: ieri il Jobs act è diventato legge, prima vera riforma di appeal europeo del governo. La vertenza Tyssen di Terni si è conclusa positivamente, e così quella della Lucchini di Piombino. Sul fronte della siderurgia, settore strategico che sembrava al capolinea, un'altra soluzione si sta profilando per l'Ilva di Taranto. Anche per la Legge di stabilità il Senato sta accordandosi su coperture e emendamenti mentre al Senato inizia la sessione di bilancio. Il capo del governo sta cercando e trovando accordi con la minoranza bersaniana, con un occhio al Quirinale. Ciliegina sulla torta, la nomina come proprio consulente strategico non retribuito di Andrea Guerra, ex ad della Luxottica, uno dei manager italiani di livello mondiale, il più gettonato sulle riviste specializzate con Mario Greco delle Generali. E invece ecco l'inchiesta Mafia Capitale, con "tutti i particolari in cronaca" per usare il linguaggio da Romanzo Criminale. È vero, come ha detto ieri sera Matteo Renzi, che l'epicentro era l'amministrazione ex Pdl di Gianni Alemanno; ma è altrettanto vero che si moltiplicano i casi di infiltrazione scoperti del Pd, di vecchio e nuovo corso, e nella giunta attuale. Con il sindaco Ignazio Marino al momento non sfiorato. E così il Renzi premier dal passo veloce si è ricordato di essere anche segretario del partito, spedendo Matteo Orfini, ex "giovane turco" e presidente del Pd, a commissariare i democratici romani. Il timore di tutti è che l'inchiesta scopra nuovi filoni che conducano, per esempio, alla Regione, e magari a qualche livello nazionale. Per il momento c'è solo una cena, del tutto innocua, con Giuliano Poletti, oggi ministro del Lavoro e all'epoca presidente di LegaCoop, organizzata da Salvatore Buzzi, capo di una cooperativa e braccio destro del boss Massimo Carminati, "per ringraziare il movimento nazionale".

Solidarietà ovvia e logica difesa del premier, eppure sta vagamente scricchiolando anche un modello politico tutto rapporti fiduciari personali, cerchi magici, fondazioni e cene elettorali. È evidente che si tratta dell'alternativa al finanziamento pubblico a pioggia, che il sistema è quello collaudato all'estero, che in America e così da sempre. Ma è altrettanto evidente come occorra in questo caso sempre più attenzione: su chi ti metti accanto così come su chi ti metti a tavola. Il Pd è stato scosso negli ultimi mesi da scandali in Veneto ed Emilia, pagati con assenteismo record alle Regionali. Altri casi potrebbero affiorare qua e là in Liguria, Puglia, Sicilia. Neppure la roccaforte rossa della Toscana appare esente, con le chiacchiere sulla improvvisa pacificazione tra il governatore ex anti-renziano Enrico Rossi e i due luogotenenti del premier Marco Carrai e Luca Lotti, dopo che tutti si erano aspramente combattuti sia sulla linea politica, sia sulla nuova mappa delle province, sia su questioni di business e infrastrutture come la fusione degli aeroporti di Firenze e Pisa (entrambi scalati dal finanziere argentino Eduardo Eurnekian) o di finanza come la contesa del Monte dei Paschi. La linea Reanzi ha infine prevalso, con qualche compromesso, ed il premier si è battuto contro la vecchia "ditta" per abolire il finanziamento pubblico, e almeno in parte anche le preferenze viste come tentazione al clientelismo. Del resto gli scandali, anche a sinistra, non erano certo mancati con le leggi precedenti: basta pensare al caso Penati a Milano. Ma la modernizzazione, e perfino la moralizzazione, ha spesso passaggi tortuosi, ambigui, aree d'ombra. Che si traducono in generalizzazioni, assenteismo alle elezioni, cali di popolarità e di voti. È il rischio degli uomini soli al comando, e forse Renzi se n'è accorto ieri.