Lasciatela fallire. Secondo molti è l'unica ricetta per salvare Roma dai suoi vizi, e per salvare l'Italia dai vizi di Roma. Fallire come fallirebbe qualsiasi azienda privata, e forse anche pubblica, che si trovasse nelle condizioni finanziarie del Campidoglio, per non parlare degli aspetti morali e giudiziari: con il forte sospetto, se non la certezza, che proprio il massiccio e garantito soccorso di soldi dello Stato e tasse dei contribuenti (a cominciare dalle addizionali che paga chi a Roma vive e opera come azienda) sia tra le maggiori cause del malcostume. Partiamo dalle cifre. Dal punto di vista contabile Roma è già commissariata: nel 2010 il governo Berlusconi trasferì a carico dello Stato 22,1 miliardi di euro tra debiti e interessi accumulati fino al 2008 prevalentemente dalle gestioni di centrosinistra (Francesco Rutelli e Walter Veltroni). Mutui le cui scadenze arrivano fino al 2048 e che il "Commissario governativo straordinario al Piano di rientro del debito" Massimo Varazzani sta continuamente rinegoziando e ristrutturando. La prossima tranche da 7,7 miliardi lo sarà tra breve con la Cassa depositi e prestiti. Con questo bilancio ripulito, il Campidoglio - Alemanno prima, Ignazio Marino fino a oggi - avrebbero dovuto iniziare una nuova era all'insegna della corretta amministrazione.

Al contrario, Roma ha continuato a macinare spesa pubblica corrente: secondo la Corte dei conti al 2012, quasi allo scadere della gestione Alemanno, altri 641 milioni; il che ha voluto dire che dall'arrivo del commissario e per quei quattro anni i contribuenti italiani hanno sborsato per Roma 580 milioni l'anno. Ma nel 2012 la legge per Roma Capitale, complemento al federalismo voluto dalla Lega, ha fatto affluire nelle casse capitoline altri 885 milioni. Nel 2013, all’avvento di Marino, arrivano ancora 485 milioni per oneri di funzionamento, e si accumulano altri 115 milioni di debiti. Totale provvisorio: 1,8 miliardi tra spese e perdite per un bilancio che era stato lucidato a nuovo: e manca ancora il 2014. Se tutti gli italiani pagano, sono ovviamente i romani a sobbarcarsi l'onere maggiore. Le addizionali comunali e regionali all'Irpef sono, a Roma, le più salate d'Italia: 0,9 per cento quella comunale, il 2,33 quella comunale che nel 2015 salirà di un altro punto al 3,33. Aumenti che risparmiano i redditi fino a 28 mila euro, ma che comunque danno una “sovrattassa Roma” per i romani che cumulata oscilla dal 2,63 per cento al 4,23 sulle imposte sul reddito. Alla quale si aggiunge per le imprese l'addizionale Irap dello 0,15 per cento.

Tutto questo per mantenere una massa di dipendenti diretti e indiretti pari a 57 mila persone: 25 mila del Comune (6 mila vigili) e 32 mila delle municipalizzate, con la parte del leone di Atac, Ama e Acea. Terzo datore di lavoro in Italia dopo Poste, Fiat e Ferrovie. In cambio di quali servizi e di quali risultati di bilancio? La risposta è perfino superflua. Ma c'è un'altra ricaduta: il Pil procapite di Roma, che fino a un anno fa era stato costantemente al di sopra della media nazionale, da un anno è passato al di sotto. Roma produce costantemente meno di quel che riceve e si impoverisce, nonostante l'elevatissima presenza di dipendenti pubblici, comunali e statali, che evita licenziamenti e ristrutturazioni. Ora si discute se mantenere in sella il sindaco Marino - che aveva assai traballato prima, ma che finora non è stato personalmente investito dalla nuova raffica di intercettazione, arresti e indagini, e quindi si è indirettamente rafforzato - oppure commissariare il Campidoglio e andare a nuove elezioni. La domanda è: per ricominciare come prima? E quanti avranno voglia di andare a votare? In realtà una terza via ci sarebbe: quella del fallimento, appunto. La ripulitura dei conti non è servita, anzi ha generato nuovi sensi di impunità e l'idea che il pozzo pubblico sia senza fondo. Se un tempo le guerre servivano a ripulire popoli e società, e a ricostruire, e se questa funzione oggi è svolta dai default - dalla Chrysler alla Grecia all'Irlanda - perché non fare in Italia ciò che abituale negli Usa?

Quando una città ò uno stato americano fallisce ricorre al Chapter 9, una procedura del codice civile equivalente nelle amministrazioni pubbliche al Chapter 11 delle aziende private. Quest'ultimo è stato usato, per esempio, per rilanciare la Chrysler e la General Motors, con successo. Il Chapter 9 funziona così: il governo federale si addossa i debiti della città o dello stato in default, assumendosene l'amministrazione, tagliando temporaneamente servizi non essenziali (mantenendo per esempio il pronto soccorso, la raccolta rifiuti e l'ordine pubblico), soprattutto vendendo tutto quel che è possibile. Dopodiché si torna alla vita normale, con obblighi stringenti a tenere i bilanci in ordine, obblighi dei quali tutti cercano di ricordarsi. Diversamente si passa dal reato civile a quello penale. Negli ultimi decenni sono falliti stati e metropoli. L'ultima, nel luglio 2013, Detroit, schiacciata da 20 miliardi di dollari di debiti. Motor City, come viene chiamata per la presenza dei tre giganti dell'auto, è andata in bancarotta proprio mentre le sue fabbriche si rimettevano in moto, ma il dissesto del settore pubblico era troppo imponente: 80 mila edifici disabitati, il 40 per cento dell'illuminazione disattivato. Il commissario federale ha avuto il mandato di vendere sul mercato tutti gli asset possibili, e per prima cosa ha dovuto scontrarsi proprio con i privati, timorosi della cattiva pubblicità e della concorrenza. Neppure New York e Chicago, le due metropoli più ricche, hanno evitato l'onta del crac finanziario.

La Grande Mela arrivò alla bancarotta nel 1975, e pur senza il Chapter 9 ottenne un prestito federale e una ristrutturazione forzosa del debito che impose la riduzione dei dipendenti comunali, la privatizzazione di servizi, la cessione di una parte cospicua di Manhattan, la supervisione del Congresso sugli stipendi e sulla contabilità del Comune. L'elezione del sindaco democratico Ed Koch, nel 1978 e per dieci anni, fu la conseguenza di tutto questo, ma fu solo con il repubblicano Rudy Giuliani, nel 1994, che la città uscì dal declino. Anche Washington, la capitale, venne commissariata dal Congresso. Il sindaco Marion Barry, afroamericano come il 70 per cento della popolazione, fu in carica dal 1979 al 1999, nonostante una condanna per consumo di crack, alcuni mesi di carcere, guai fiscali e l'ammissione di avere accettato tangenti. Per evitare disordini intorno agli edifici governativi Barry non fu formalmente estromesso: gli vennero però tolti tutti i poteri ed accezione della gestione dei parchi e delle biblioteche.

Quanto agli stati, la California è andata sull'orlo del default per il fallimento delle sue principali contee a cominciare da Orange Caunty, famosa per Disneyland, per aver dato i natali a Richard Nixon e per il benessere della popolazione, ma anche per una bancarotta da due miliardi di dollari di vent'anni fa. Ora lo stato di miliardi di deficit ne ha accumulati 18 e per evitare il commissariamento ha tagliato spese per 8 miliardi su stipendi, pensioni e sanità, privatizzando trasporti, acquedotti e carceri. Il rischio non è scongiurato, mentre il Chapter 9 è stato da poco chiesto dal Minnesota. Tecnicamente Roma era fallita già quattro anni fa. Lo stesso Varazzani - che ora si trova anche a fronteggiare un ricorso al Tar promosso da un allora sub-commissario - ha spiegato che in quel caso il debito pubblico italiano sarebbe diventato insostenibile a livello europeo. Eppure nel frattempo l'Italia ha partecipato al risanamento e commissariamento di Irlanda, Portogallo, Cipro e Grecia.