Matteo Renzi ha confermato di voler incontrare Angela Merkel, in coincidenza con la conclusione del semestre europeo dell’Italia. Formalmente il passaggio di consegne, con la Lettonia, avverrà a metà gennaio; di fatto è il Consiglio europeo di Bruxelles di oggi e domani a segnare l’ultima occasione operativa. Comunque, anche se non è escluso un bilaterale nelle prossime ore, è a gennaio che dovrebbe tenersi il summit con la Cancelliera, in una sede europea (Bruxelles o Strasburgo), o a Berlino. Questo significa che il capo del governo non perde la speranza di ottenere dall’azionista forte dell’Europa, a tempo ormai scaduto, quelle concessioni attese invano in questi sei mesi.

In ballo c’è attualmente il piano Juncker che promette 300 miliardi di investimenti, frutto però di finanziamenti privati generati “a leva” da un impegno davvero minimo della commissione. Lo stesso Juncker lo ha ripetuto ieri (“Non ho denaro e finora ho sentito solo parole”), mentre proprio la Merkel insiste che gli investimenti sono sì necessari, ma privati. Il governo tedesco al momento non metterà un euro in progetti pubblici comunitari.

Di fatto quei 300 miliardi non ci sono, e rischia di non esserci neppure la flessibilità sulle manovre dei vari paesi, Italia in testa. Ciò che l’Italia ha ottenuto è un rinvio a marzo assieme a Francia e Belgio per verificare l’impegno sulle riforme e il loro impatto sul Pil. Il resto è un atteggiamento certamente più battagliero nei confronti di Bruxelles e della Germania, la nomina di Federica Mogherini alla guida della politica estera della Ue, una generica riflessione sul fatto che all’Europa serve rilanciare la crescita e l’occupazione, un buon feeling con il Fondo monetario internazionale che predica la fine dell’austerity.

Se il summit italo-tedesco si farà, la Merkel non intende però presentarsi senza nuove cartucce da sparare. In questi giorni i diplomatici e i funzionari tedeschi stanno aggiornando il dossier Italia con una serie di capitoli poco lusinghieri per il governo di Roma. Il primo è il sostanziale flop del piano Garanzia Giovani, che Renzi aveva ereditato da Enrico Letta, operativo dal primo maggio e cofinanziato dalla Ue, e che avrebbe dovuto alleviare una disoccupazione giovanile giunta al 44,2 per cento. Un sondaggio indipendente - finito nel dossier tedesco - rivela che poco più del 10 per cento dei 300 mila ragazzi che hanno ottenuto un colloquio con le strutture pubbliche si sono sentiti offrire non un proposta di lavoro, ma un’informazione su dove andare a cercarla, attraverso i database di queste agenzie. Il resto si è trovato di fronte a domande generiche, o addirittura al nulla. Inutile dire che la Germania, dove le agenzie di collocamento pubbliche e private funzionano, ha qualcosa da insegnare all’Italia.

Un altro capitolo è quello dei tassi d’interesse. Il solo annuncio di un nuovo colpo di bazooka da parte della Bce attraverso l’acquisto di titoli pubblici ha fatto crollare gli interessi sui Btp italiani - oggi sono poco al di sopra dell’1,9 per cento - riducendo di cinque o sei miliardi il costo di finanziamento del debito pubblico. Come intende impiegare l’Italia questo risparmio? La Bundesbank, la banca centrale tedesca che ha curato questa parte del dossier, ricorda che Berlino non utilizza i tassi a zero per finanziare la spesa pubblica (una delle accuse mosse alle Germania è di fare pochi investimenti) ma per ridurre il debito. E da noi?

Il debito, appunto, costituirà un altro argomento che la Merkel intende usare. Quello italiano continua a salire, in parte in rapporto al Pil per la recessione, ma anche in valore assoluto. Ad ottobre ha toccato un nuovo record di 2.157 miliardi e aumenterà anche nel 2015, ormai stabilmente il secondo debito europeo dopo la Grecia. Eppure in base al fiscal compact dovremmo ridurlo di circa 60 miliardi l’anno.

Sempre a proposito di debito, la Germania che pure apprezza alcune riforme - il jobs act su tutte - chiederà come mai si sono bloccate del tutto le privatizzazioni, che continuano a slittare. In realtà non è molto ciò che si può ottenere dalla cessione di asset, e che per legge deve andare al fondo per la riduzione del debito, ma è comunque un segnale. Che fine hanno fatto? Stessa cosa per l’energia: l’Italia come intende utilizzare i risparmi del calo del petrolio?

Fin qui i titoli di alcuni capitoli del fascicolo che Angela Merkel ha chiesto di preparare. Ai quali Renzi contrapporrà l’innegabile stagnazione dell’Europa ed un dossier più politico, compreso il proprio gradimento interno, fattore di stabilità per l’Europa e per l’euro. Anche su questo punto, però, la Cancelliera, che commissiona sondaggi a ripetizione, può opporre che due terzi dei tedeschi sono favorevoli a un suo terzo mandato, compresi molti che votano per i socialdemocratici. E che l’indice di fiducia delle imprese tedesche è aumentato a dicembre a quota 105,5, un livello eccellente. Alla fine - se davvero questo vertice si terrà - occorrerà comunque evitare che si trasformi in un nulla di fatto o in un dialogo tra sordi. La Merkel potrebbe fare alcune concessioni - si parla di una sterilizzazione del fiscal compact, cioè del piano di rientro del debito -, ma è evidente che dovrà ottenere qualcosa in cambio. E che anche palazzo Chigi dovrà presentarsi con carte e argomenti convincenti. Magari abbandonando la vecchia idea di far fronte comune con la Francia, e con il Sud d’Europa. Che del resto, dalla Spagna alla Grecia, si muove già in proprio.