Amore, sesso (fra esseri umani, fra divinità, fra esseri umani e divinità), passione, tradimento, prostituzione, omosessualità maschile e femminile (per la verità solo allusa). C’è tutto questo nell’antichità, e c’è tutto questo nelle civiltà e nelle culture greca e romana. E se in alcuni casi si arriva a descrizioni che ben poco spazio lasciano alla fantasia - come negli affreschi di Pompei o nella struggente ode di Saffo in cui sono descritti gli effetti fisici dell’amore o come nei lazzi, talvolta anche un po’ volgari, di Marziale - dell’orgasmo le tracce sono quasi nulle. Argomento più studiato e dibattuto ai giorni nostri, non viene considerato nei riferimenti, molti, al sesso e all’amore sparsi nelle testimonianze artistiche dell’epoca. La passione amorosa è la fiamma da cui scaturisce ogni cosa: e ben lo dimostra - ammette Saffo - la storia di Paride ed Elena, la bellissima moglie di Menelao che scappa lasciando un marito eccezionale e dimenticando la figlia e i cari genitori e, tanto per non farsi mancar nulla, facendo scoppiare una guerra devastante e leggendaria fra Greci e Troiani.

L’amore - non corrisposto o tradito o finito - è anche sofferenza come in Tibullo e in Properzio, o motivo di dileggio come in Catullo, capace di intensi e dolci slanci, ma anche di attacchi provocatori e denigranti, sessualmente espliciti, contro chi critica la sua opera. L’eros, non a caso pure un dio, è parte fondante della mitologia greca e romana: il padre degli dei, Zeus olimpio, è un libertino incallito e recidivo come la moglie Era sa bene, e arriva anche a metamorfosi ardite pur di non lasciarsi sfuggire qualche bella fanciulla; Afrodite - non a caso dea della bellezza - si dà piuttosto da fare in giro quando il marito Efesto, non proprio un Adone, va a lavorare nella sua fucina. E se Eufileto, nell’orazione di Lisia, non si vergogna di raccontare come ha scoperto le avventure extraconiugali della moglie, Simeta, nel secondo idillio di Teocrito, dice alla Luna come si è innamorata del bel giovane palestrato e prepara un incantesimo ondeggiando fra il desiderio di farlo morire o di ricondurlo a sé.

Se nel mare magnum di sesso e amore che greci e romani non disdegnavano di vivere e di raccontare l’orgasmo è quasi assente, c’è un’attestazione rara e molto discussa emersa dalle sabbie egiziane e pubblicata per la prima volta solo 40 anni fa. Archiloco corteggia insistentemente una ragazza che non vuole cedere e addirittura gli suggerisce di sposare la sorella. Il poeta di Paro, però, non si dà per vinto e ammette che il rapporto sessuale non è l’unica gioia offerta da Afrodite: così, lui cacciatore e lei cerbiatto, la abbraccia e “strusciandosi sul bel corpo” eiacula (“spruzzai la bianca potenza”) “sfiorando la bionda peluria”. Poco spazio all’immaginazione, di sicuro, in versi che hanno suscitato scalpore fra gli studiosi, spesso non alieni da ingiustificate pruderie, arrivati ad accusare Archiloco di stupro. Ed è l’antichità a ispirare una delle rare - e senza dubbio la più famosa - attestazione pittorica di un orgasmo, la “Danae” di Gustav Klimt. Sempre Zeus, erotomane instancabile e poliedrico, punta Danae e il padre Acrisio, che dall’oracolo di Delfi sapeva che sarebbe morto per mano di un nipote, la rinchiude in una torre di bronzo. Un gioco da ragazzi per il padre degli dei che, nella sua metamorfosi più astrusa, si tramuta in pioggia d’oro e riesce a fecondare la bella fanciulla che poi darà alla luce Perseo. Immersa fra colori sfavillanti che vanno dal viola del velo su cui è sdraiata al rosso dei suoi capelli all’oro della pioggia, Danae è ritratta nell’acme del piacere, preludio di un destino non semplice ma a lieto fine. Perché non si sfugge al volere degli dei. E l'amore è un dio.