Forse più che un tentato favore a Silvio Berlusconi (che tutti negano, a partire dall'eventuale beneficiario), il pasticcio dell'articolo 19 bis del decreto fiscale - che depenalizzava gli effetti penali delle evasioni di imposte non superiori al 3% dell'imponibile - è l'ennesimo risultato dell'incomunicabilità sempre più evidente tra gli staff di palazzo Chigi e quelli del ministero dell'Economia. Situazione che non tocca i buoni rapporti tra Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, ma quella categoria che il premier ha messo appunto da tempo nel mirino, i cosiddetti superburocrati. Sotto Padoan, ai vertici del Mef, ce ne sono soprattutto quattro che con la presidenza del Consiglio non sono mai andati d'accordo: il ragioniere generale Daniele Franco, il capo della segreteria tecnica del ministro Fabrizio Pagani, il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e Roberto Codogno, capo dell'analisi e programmazione finanziaria. Il primo, ex Banca d'Italia, è stato nominato ad autunno 2013 da Fabrizio Saccomanni. Leggenda, o forse no, vuole che nel suo vecchio ufficio di via Nazionale sia stata materialmente redatta la lettera dell'agosto 2011 firmata Mario Draghi e Jean-Claude Trichet con le condizioni all'Italia per il primo acquisto di Btp da parte della Bce. Renzi avrebbe voluto portare la Ragioneria, che ha il compito fondamentale di "bollinare" tutte le leggi, sotto il controllo e la responsabilità di palazzo Chigi. Operazione impossibile e invasione di autonomia, così fu interpretata, che Franco non ha mai mandato giù. Al punto da rinviare al mittente, con tanto di sfuriate, un gran numero di provvedimenti.

Fabrizio Pagani era il consigliere economico di Enrico Letta a palazzo Chigi e il suo sherpa nei vertici internazionali. La Via deve la nomina a Mario Monti, e quanto a Codogno è dirigente generale di via XX Settembre dal 2006. Nessuno è stato insomma toccato dallo spoil system che Renzi avrebbe voluto per gli alti burocrati dello Stato in nome della discontinuità, e che è invece riuscito ad attuare solo nel proprio staff di palazzo Chigi. Dove ha chiamato personaggi di propria fiducia come Antonella Manzione, capo degli Affari legislativi ed ex comandante della polizia municipale di Firenze, e di recente Andrea Guerra, ex amministratore delegato della Luxottica e supporter personale di Renzi, nominato a dicembre consigliere strategico. Ma anche il team di economisti guidati da Yoram Gutgeld con Veronica De Romanis, Marco Simoni, Tommaso Nannicini e Marco Fortis, tutte personalità con un passato a cavallo tra mondo politico e accademico, spesso editorialisti di successo, piuttosto lontani dai cursus honorum tradizionali e gli avvicendamenti tra ministeri e Bankitalia. La realtà è che questi due mondi non hanno mai dialogato, per incompatibilità tecnica e caratteriale più che politica. Ma il coltello dalla parte del manico, e la parola ultima, l'hanno finora avuti quelli del ministero dell'Economia, che per rafforzare il concetto hanno più volte nelle ultime settimane messo sul tavolo la minaccia delle dimissioni. Una partita di potere vero, ben presente sia a Renzi sia a Padoan, alla quale la politica assiste spesso senza saperne molto, pronta però ad utilizzarne le ricadute ai propri fini. Tanto più ora, alla vigilia delle votazioni per il Quirinale, e con la manovra economica in attesa di approvazione da parte di Bruxelles.