In attesa che venga risolto - ma davvero lo sarà? - il giallo del decreto fiscale con la cosiddetta norma salva-Berlusconi, la vicenda proietta la sua ombra sull'elezione del successore di Giorgio Napolitano. Inevitabile, forse, visto che le manovre per il Quirinale condizionano la vita politica (a Pier Luigi Bersani costarono la segreteria del Pd): ma stavolta c'è qualcosa di più e di diverso. Intanto rischiano due candidati, fino a ieri in ottima posizione: Pier Carlo Padoan e Graziano Delrio. Il ministro dell'Economia era il tecnico-politico che Matteo Renzi, d'accordo anche il centrodestra, avrebbe volentieri inviato al Colle in parte come segnale all'Europa e ai mercati, in parte per sbloccare nel modo migliore la cattiva coabitazione tra via Venti Settembre e palazzo Chigi, con le strutture che non si parlano o, peggio, si boicottano, come ha raccontato IL VELINO. Ora la tensione è venuta a galla, ed i diretti interessati non la nascondono.

Certo, promuovere Padoan alla presidenza della Repubblica può essere per Renzi proprio una tentazione, per inviare al Mef un personaggio più vicino al proprio cerchio (il ministro era stato espressamente voluto da Napolitano), ed i nomi non mancano. Ma ora apparirebbe come una manovra troppo scoperta, e in ogni caso i rapporti sono ai minimi; senza contare che Padoan deve gestire nei prossimi mesi una sfilza di impegni interni ed europei, ai quali si aggiunge la delega fiscale, che richiedono continuità. Tuttavia, il ministro resta in pista. Quanto a Delrio, sembrava il candidato politico perfetto per il Quirinale: del Pd, ma cattolico e moderato, gradito anche all'area Bersani-Enrico Letta (di quest'ultimo è stato uno dei ministri chiave), caso mai piuttosto inviso ai dalemiani, oggi minoritari, e all'estrema sinistra. Anche lui avrebbe raccolto consensi in Forza Italia, Ncd e dintorni. Ora però Delrio è accusato di aver cambiato le carte in tavola - letteralmente - del Consiglio dei ministri del 24 dicembre che si occupò di delega fiscale. Un handicap forse irrimediabile, in vista della corsa al Quirinale, per gli anti-renziani tra i 1.009 grandi elettori che eleggeranno il capo dello Stato, in particolare tra i 446 del Pd.

Per Renzi, però, il problema è più ampio. Le polemiche di queste ore stanno ridando fiato e forza ai suoi nemici interni. Al momento si tratta ancora di una minoranza, che mediaticamente si fa sentire, ma appunto minoranza. Per giunta divisa al proprio interno, e terrorizzata dall'arma di riserva renziana: le elezioni anticipate (i parlamentari sono ancora quelli eletti sotto la gestione Bersani). Tuttavia il segretario-premier deve ad ogni costo uscire dall'angolo: diversamente dovrà accettare un candidato presidente gradito soprattutto alla sinistra, tipo Romano Prodi, o lo stesso Bersani, con tanti saluti al patto del Nazareno, e con una pesante ipoteca sulla propria autonomia politica e volontà rottamatrice. Oltretutto per Renzi il calendario delle prossime settimane, tra Quirinale, riforme da attuare e impegni europei, è impressionante. Non può permettersi di affrontarlo sotto scacco: il mese di passione della primavera 2013 è un ricordo ancora molto vivo.