Non è certo inaspettato l'allarme dei servizi segreti Usa (Cia e Nsa) e di quelli israeliani (Mossad) su Roma e la Santa Sede come possibili prossimi bersagli del terrorismo islamico. Del resto anche gli apparati di sicurezza italiani ne sono consapevoli e, più o meno ufficiosamente, ne parlano da tempo. Però si tratta al momento di uno "scenario", cioè di un'ipotesi probabile, non suffragata al momento (o per lo meno non ancora) da riscontri concreti, sul campo. L'allarme era scattato già nell'estate 2014 quando il 29 giugno Abu Bakr al-Baghdadi, califfo dello Stato islamico della Siria e dell'Iraq, disse in un audiomessaggio "Se Iddio vorrà conquisteremo Roma e il mondo intero". Le strutture dell'Isis - e del suo equivalente Is (Islamic state) fuori dal Medio Oriente - sono impegnate in operazioni militari, di guerra. Ma le cellule jihadiste agiscono spesso per emulazione, come a Parigi, ancora più con la concorrenza in corso tra Califfato e al Qaeda. E di certo c'è la situazione esplosiva, oltre che in Siria, anche in Nigeria e Libia, in quest'ultimo caso a poche miglia marine dall'Italia e dall'Europa. Questo fa certamente di Roma e del Vaticano un obiettivo ideale, sensibile, e almeno in apparenza non particolarmente protetto.

Ora, all'indomani della grande manifestazione di Parigi tutti i governi discutono di come conciliare privacy, libertà di movimenti e sicurezza; esempio tipico i contrasti in atto sul trattato di Schengen che finora ha garantito gli spostamenti all'interno dell'Unione europea. L'Italia è contraria a sospendere il trattato, mentre è d'accordo sul tracciamento dei codici di prenotazione delle compagnie aeree. Così come sull'istituzione di una procura nazionale antiterrorismo. Ma gli sbarchi dei clandestini - aumentati in maniera esponenziale nel 2014 - e la stessa conferma di come essi si spostino anche con modalità diverse viste nella vicenda del traghetto Norman Atlantic, rendono tutto più complicato. Non solo: le cellule fondamentaliste sembrano particolarmente radicate tra chi è già o risiede in Italia, come la cellula francese composta da immigrati di un paio di generazioni. E gli spostamenti tra Europa e Medio Oriente per arruolarsi e tornare dalla Siria e dintorni sono saltati fuori ora, a cose fatte.

Tutto questo porta a una conclusione. Se l'Europa vuole seriamente difendersi dal terrorismo non bastano la coscienza della minaccia, la volontà e uno scambio di informazioni. Occorrono strumenti tecnologici di intelligence, analisti specializzati, strutture, agenti sul campo, infiltrati (che vanno pagati). E dunque soldi. Dopo l'11 settembre gli Usa hanno impiegato anni per modificare radicalmente la loro sicurezza interna, mentre nel frattempo combattevano in Iraq e poi in Afghanistan. Tutto questo ha richiesto ingenti finanziamenti pubblici, anche limitandoci ai soli aspetti di sorveglianza e controllo, tralasciando l'impegno militare all'estero. Il reclutamento (non solo tra i militari, ma anche nelle università), il controllo evoluto dei sistemi informatici, compresi i movimenti di denaro, soprattutto l'elaborazione dei dati e le eventuali contromisure, i droni, gli agenti sul campo, le armi evolute, costano miliardi di euro e di dollari; in aggiunta ovviamente a ciò che Italia ed Europa spendono già oggi. Così come costa tappare le falle di leggi e di norme che bloccano il coordinamento tra forze dell'ordine, di sicurezza e magistratura. Finora, tutte ipotesi incompatibile con i parametri rigoristi europei. Al punto che la spending review aveva già imposto il taglio di 1.250 militari in servizio nelle strade, operazione poi revocata dopo le stragi in Francia.

Certo, non sarà con le assunzioni nella Forestale che ci si difende dagli attentati, e la riorganizzazione delle forze dell'ordine resta attuale, anche come esigenza di maggior sicurezza. Ma al salto di qualità del terrorismo l'Europa non può che rispondere con un analogo salto di qualità e di livello. Che, appunto, richiede investimenti massicci, possibilmente coordinati tra i vari governi e paesi. Incompatibili con i problemi di retribuzioni, straordinari, armamenti, scarsezza di veicoli che affliggono polizia, carabinieri e forze speciali. Per adeguarsi sul piano interno - anche escludendo le guerre all'estero - gli Stati Uniti hanno sfiorato il default del bilancio pubblico. Fino ad oggi l'Europa si è mossa in senso opposto, preoccupandosi del fiscal compact e dei decimali di deficit. Ora non si tratta di tornare alle mani bucate ma di prendere sul serio questa minaccia, e dopo le ottime parole e intenzioni, agire con i fatti.