Domani l'aula di Montecitorio riprenderà l'esame della riforma costituzionale, e molte indiscrezioni dicono che le varie anime antirenziane del Pd tenteranno un blitz con due obiettivi: saggiare la capacità di mobilitazione comune in vista delle votazioni per il Quirinale, e imporre a Matteo Renzi un dibattito ampio sulla situazione interna al partito. Il modo? Far slittare il disegno di legge a febbraio, a dopo (si spera) l'elezione del successore di Giorgio Napolitano; questo cominciando dalla parte della riforma che riguarda la nuova legge elettorale. Per la quale invece Renzi ha fissato come traguardo venerdì 23, in modo da affrontare con le mani libere prima della riunione dei gruppi del 28 (quando dovrebbe essere disvelato il nome del candidato al Colle) e del via alle danze a partire dal giorno successivo. Nessuno, nella sinistra democratica, vuol mettere in discussione tout court lo stato maggiore, per il quale resiste la consapevolezza che non esistono alternative. L'intenzione è di sfruttare i due fatti nuovi delle ultime ore: il caso Cofferati e il calo di consensi di Renzi segnalati da alcuni sondaggi. Tra questi, ultimo quello Ipsos per il Corriere della Sera che indica il Pd al 34,8% rispetto al 38,3 di un mese fa e al 40,8 ottenuto alle Europee. Quanto all'ex capo della Cgil, il suo rumoroso abbandono del partito con denuncia di brogli nelle primarie per la presidenza della Liguria ha rianimato gli scontenti alla perenne ricerca di punti di aggregazione.

Naturalmente Renzi e i suoi hanno argomenti per ribattere su entrambi i fronti. I sondaggi sono per loro natura virtuali, il segretario sostiene che altri danno invece il Pd in crescita, insomma "nessun allarme". Quanto a Cofferati, la linea è che il "Cinese" si è ribellato in quanto sconfitto. Tra le due questioni c'è comunque una differenza. Per quanto ondivaghi e basati sui famosi voti di paglia, i sondaggi rispecchiano il clima di sostanziale sfiducia che continua a serpeggiare nel Paese, e che è anche tra le cause del ritardo nella ripresa economica. Sfiducia significa infatti, ovviamente, minor attitudine ai consumi per i cittadini, e agli investimenti per le imprese, e quindi crescita minima. Anche la Banca d'Italia prevede che nel 2015 il Pil aumenterà dello 0,4% rispetto allo 0,6 messo nero su bianco dal governo. Il premier-segretario conosce benissimo questo aspetto, sul ritorno della fiducia ha basato l'intera sua campagna comunicativa, ma i risultati sono per ora inferiori alle attese, e certo non per sua colpa. Quanto a Cofferati, la questione è tipicamente da militanti del Pd o della sinistra, cioè quella parte dell'elettorato che sta meno a cuore al rottamatore Renzi, il quale notoriamente considera strategico lo sfondamento al centro. Dunque l'impatto dovrebbe essere minore. Tuttavia non è comunque una buona pubblicità, si tratta di faccende che quanto meno potrebbero riportare i la gente qualsiasi lontana dalle urne dopo che Renzi era riuscito a riavvicinarcela.

Tutto questo, assieme ai rischi di sempre connessi a un'elezione per il Quirinale, complica la vita al segretario. Ma neppure i suoi oppositori di sinistra hanno la strada più agevole. Miguel Gotor, bersaniano e capofila dei 30 parlamentari che hanno firmato una dozzina di emendamenti per modificare le riforme istituzionale ed elettorale congegnate da Renzi, dovrebbe oggi spiegare meglio le intenzioni della minoranza. Magari già nel vertice tra segretario e senatori. Tuttavia ogni iniziativa anti-Renzi ha bisogno di un raccordo tattico - un matrimonio d'interessi - con le analoghe fronde interne di Forza Italia, per non parlare della Lega. Chi insomma denuncia la deriva a destra del Pd renziano dovrebbe mettersi d'accordo proprio con una parte della destra, una sorta di fronte anti-patto del Nazareno. Al contrario, i difensori del Patto, Renzi e Silvio Berlusconi, dovrebbero negoziare un accordo di mutuo soccorso, possibilmente blindato. Ma contemporaneamente la segreteria del Pd continua a lanciare segnali al Movimento Cinque Stelle, esattamente come da Arcore si tenta di far quadrare il cerchio con la Lega di Matteo Salvini, tenacemente antirenziana, ed il Ncd di Angelino Alfano, che stanno nel governo. Troppe parti in commedia, una overdose di tattica, che a pochi giorni dai voti per il Quirinale, e soprattutto mentre il Paese attende l'uscita dalla crisi, non promette molto di buono.