Ma quanto vale un Partito della Nazione, o Democrazia Cristiana 2.0 che dir si voglia, insomma il futuro futuribile soggetto politico che si profila dall'asse tra Pd renziano, Forza Italia berlusconiana e centristi alfanian-casiniani? Che non sia più solo una elucubrazione da retroscenisti è dimostrata dal fatto che i 46 senatori di FI ed i 4 di Gal (Grandi autonomie e libertà, sempre di area centrodestra) votando al Senato contro gli emendamenti del bersaniano Miguel Gotor hanno evitato al governo, e quindi a Matteo Renzi, di andare sotto sulla legge più importante, la riforma elettorale-istituzionale. Se fosse accaduto, Renzi si sarebbe dovuto dimettere; poiché il premier non aveva e non ha alcuna intenzione di compiere il beau geste, almeno non ora, è evidente che tutto era stato calcolato, certamente nell'ultimo summit con Silvio Berlusconi.

Dunque non un banale soccorso azzurro, ma un salto di qualità, un atto politico proiettato verso il futuro. Che se avrà il suo seguito nell'elezione per il Quirinale, sarà davvero suscettibile di ulteriori sviluppi. La domanda è perciò attuale: quanto vale questa possibile nuova maxi-forza? Una risposta l'ha data l'istituto Ipr Marketing a novembre 2014: un partito con i renziani del Pd, Nuovo centrodestra-Udc, centristi ex montiani e anche qualche contributo dell'ex Sel, otterrebbe il 36% dei voti. Come sempre dunque la somma sarebbe al ribasso: alle Europee di giugno le stesse forze presero dieci punti in più, con il Pd trainato dall'exploit di Renzi.

Pochi giorni prima alle stesse conclusioni di Ipr era arrivato anche Ilvo Diamanti, politologo collaboratore del premier e grande ispiratore dell'Italicum. Ma attenzione. Il 36% non è molto distante dal 40 che assegnerà il premio di maggioranza, e comunque consentirà di andare agevolmente al ballottaggio, e presumibilmente vincerlo. Ed il sondaggio esaminava lo scenario di una scissione a sinistra nel Pd, con la nascita di una lista forte di circa il 10%. Mentre nessuna confluenza era prevista con Forza Italia, accreditata allora del 12,5 (il 9 la Lega). In pratica il nuovo soggetto avrebbe dovuto vedersela al ballottaggio con i grillini, un movimento al quale gli italiani hanno mostrato di non voler affidare le chiavi del governo.

Rispetto ad allora qualcosa è cambiato. Tutti i maggiori partiti sono in calo, dal Pd a FI. Sale soltanto la Lega. Silvio Berlusconi, sorpassato nei consensi e alla prese con la fronda interna, riesce tuttavia a mantenere un grande ruolo politico; ma solo a condizione di appoggiarsi a Renzi, ed accontentarlo nelle sue richieste. La forma è dalla parte del Cavaliere, la sostanza molto meno. Un esempio? Il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, il tetto ridotto al 3%, non erano certo nell'interesse di Berlusconi, che rischia davvero di non poter contare sul potere di coalizione e quindi di non andare al ballottaggio.

È vero che il nuovo sistema delle preferenze renderebbe nominati quasi tutti i deputati di opposizione, ma sarebbe una ben magra consolazione. Infine è completamente scomparso dai radar quel semipresidenzialismo vecchio cavallo di battaglia di FI. Tutto questo però lo sa bene anche il Cavaliere, e non è credibile che la sua accelerazione filorenziana (al punto dal salvare letteralmente il premier e il governo) sia dettata solo dal miraggio di una qualche sopravvivenza, o di un qualche vantaggio personale tutto da verificare.

Dunque? La tentazione del partitone nazionale, con la presenza diretta di quel che adesso è o rimane Forza Italia, c'è. Ed avrebbe come passaggio intermedio la partecipazione al governo, o almeno alla maggioranza, nella fase successiva di questa legislatura. Tanto più se i propositi scissionisti della sinistra Pd prenderanno corpo e la navigazione di Renzi si farà difficile. È la strada aperta, in piccolo, dall'Ncd-Udc, e che dovrebbe essere sperimentata sul campo dall'accordo per la regione Liguria tra Pd, Ncd e Forza Italia. Su scala nazionale quel 36% a quanto allora potrebbe salire? Anche qui è inutile ricorrere a somme aritmetiche basate sull'oggi, se non altro perché una lista di quel tipo apparirebbe a molti un pasticcio; indigeribile per alcuni. Ma è abbastanza evidente che il partitone raggiungerebbe almeno il 40%, e quindi otterrebbe la maggioranza assoluta della Camera, che con la riforma resterà l'unico ramo del Parlamento importante per governare.

Se non è una nuova Dc (lo scudocrociato non ha mai avuto questo potere), un po' gli assomiglia. Nel caso, molto dipenderà dalla capacità di attrazione non solo degli apparati, ma di personaggi e ambienti in grado di influire sull'opinione pubblica: come riuscì a Berlusconi ai tempi d'oro, e come sta facendo anche Renzi. Avrebbe contro due opposizioni molto motivate e organizzate, la sinistra politico-sindacale e la Lega più la destra. Opposizioni, però, anche molto distanti tra loro. Avrebbe a favore i cosiddetti potentati europei, ma soprattutto la voglia di stabilità e di moderatismo degli italiani, nonché delle imprese. E soprattutto beneficerebbe dell'attrazione del potere.