Fintecna ha riserve per 150 milioni di euro per far fronte all’eventuale contenzioso relativo alla manleva sottoscritta dall’Iri all’atto della cessione nel ’93 dell’Ilva. Lo ha detto, nel corso di un’audizione al Senato, l’ad di Cdp, Gorno Tempini sottolineando come “Ilva può essere un asset importante per il Paese, ma il lavoro per raggiungere questo obiettivo è duro e complicato”. Uno dei nodi da affrontare è proprio quello del tesoretto Fintecna messo da parte per l’eventuale contenzioso di natura ambientale che potrebbe finire presto nelle mani dei tre commissari dell’Ilva “ma previa liberatoria perché i vertici di Fintecna hanno interesse a liberarsi di questa componente (all’epoca erano 180 miliardi di lire) ma non vogliono correre il rischio di essere chiamati a pagare due volte”.

Fintecna è stata chiamata più volte in causa per l’accollo degli oneri derivanti dall’inquinamento ambientale: prima dalla proprietà riconducibile alla famiglia Riva al centro dell’inchiesta della procura di Taranto. Ma anche dal ministero dell’ambiente che è parte nel processo per disastro ambientale. Rispetto ai Riva i vertici di Fintecna hanno potuto opporre l’atto di assunzione di responsabilità, fino al tetto concordato, per la sola gestione pubblica del polo siderurgico terminata negli anni ’90.

Ma oggi lo sblocco e il successivo utilizzo delle risorse appare condizionato soprattutto dal ministero dell’Ambiente. “Occorre una transazione ambientale per evitare azioni revocatorie, azioni di risarcimento del danno ambientale” specifica il presidente i Cdp, Franco Bassanini. Una transazione su cui però si registrano le resistenze del ministero dell’Ambiente che vorrebbe vincolare il fondo rischi Fintecna alle attività di bonifica. Secondo il decreto all’attenzione del Senato invece la riserva Fintecna andrebbe ad alimentare la contabilità ordinaria come auspicato dal consigliere di Palazzo Chigi Andrea Guerra per il quale quei fondi sono conditio sine qua non per evitare il fallimento.