La vittoria di Matteo Renzi nell'elezione di Sergio Mattarella al Quirinale è schiacciante; è stato detto e riconosciuto da tutti. Questo però vale nell'immediato, e al di là delle ferite nella maggioranza (leggi Angelino Alfano) e nella sponda di Forza Italia (leggi patto del Nazareno), il capo del governo sbaglierebbe a pensare di essersi garantito un presidente della Repubblica pronto a rientrare nei ranghi di notaio degli atti di governo. Il carattere di Mattarella non è affatto accomodante, timidezza e riservatezza non vanno confuse con remissività. Non solo. Mattarella viene da una formazione e da una carriera in quei corpi intermedi di alto e altissimo livello verso i quali Renzi ha più volte manifestato insofferenza, e propositi rottamatori. Certo non la Corte costituzionale quanto il passaggio precedente, dal 2009 al 2011, quando la Camera lo nominò nel Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Di che si tratta? È l'organo di autogoverno dei Tar (tribunali amministrativi regionali), del Consiglio di giustizia della regione Sicilia (una specie di super-Tar) e del Consiglio di Stato. Funziona come il Csm, il Consiglio superiore della magistratura, che Mattarella andrà a presiedere. Renzi, che vedeva in queste alte magistrature amministrative un intralcio all'azione di governo, intendeva procedere a una riduzione di numero e di funzioni: idea rimessa nel cassetto dopo la levata di scudi degli organismi interessati. E pare proprio che come segretario generale Mattarella sceglierà Sandro Pajno, presidente della quinta sezione del Consiglio di Stato.

Punto due, le riforme elettorali e istituzionali. Come è noto a gennaio 2014 la Corte costituzionale, con l'apporto di Mattarella che ne era giudice (il relatore fu Giuseppe Tesauro), ha dichiarato illegittimo il Porcellum, il sistema elettorale approvato a fine 2005 dal centrodestra, ma che debuttò nel 2006 con la vittoria dell'Unione prodiana. Due i rilievi fondamentali: l'eccessivo premio di maggioranza - che veniva assegnato alla coalizione - e l'impossibilità di esprimere preferenze a causa delle liste bloccate. L'Italicum renziano, in attesa dell'ultimo passaggio a Montecitorio, passerà indenne al vaglio del neo presidente della Repubblica? Nell'ultima formulazione, voluta proprio da Renzi, il premio va al partito che raggiunge il 40% e se nessuno ci arriva c'è il ballottaggio. Quanto alle preferenze, i capilista sono bloccati e restano le candidature plurime. Secondo alcuni - per esempio il costituzionalista Massimo Villone, già parlamentare dei Ds - l'Italicum sarebbe solo un lifting del Porcellum e non soddisferebbe le richieste della Consulta. Altro punto, la riforma istituzionale. In ballo c'è soprattutto l'abolizione del Senato come camera elettiva, nonché delle province e di altri organi costituzionali, tipo il Cnel. Mattarella vorrà far conoscere la propria opinione? E attenzione: in questo caso non si tratterebbe di interventismo del Quirinale, ma di applicazione letterale della Costituzione che riserva al presidente della Repubblica il diritto di intervenire su una legge, e anche di rinviarla alla camere, nel caso ne ravvisi la manifesta incostituzionalità. La prassi riserva poi al Parlamento il diritto di approvarla nuovamente, e in questo caso il presidente deve firmarla; ma è chiaro che si aprirebbe un conflitto alquanto prematuro.

Ancora. Come costituzionalista Mattarella ha sempre criticato l'eccesso alla decretazione d'urgenza, un problema di tutti i governi, Renzi compreso; e anche l'abitudine ad infilare norme particolari in decreti nati per altri scopi. Piccolo esempio - ma su una faccenda molto sensibile - è la trasformazione in Spa delle banche Popolari, inclusa all'ultimo momento nell' "Investment Compact". Fin qui i possibili problemi con il governo che potrebbero derivare dal ruolo istituzionale di Mattarella. Ce ne sono altri ravvisabili nel suo identikit politico. Il primo riporta ancora alla legge elettorale. Mattarella è l'autore della riforma che porta il suo nome in vigore dal 1993 al 2005, che era un misto di maggioritario e proporzionale, quindi senza premio nazionale ma su base locale. Qualcuno rimpiange ancora quella legge in quanto più rappresentativa, soprattutto delle minoranze. Una curiosità: con il Mattarellum ci sono state due vittorie del centrodestra (1994 e 2001) e una del centrosinistra (1996); con il Porcellum due del centrosinistra (2006 e 2013) e una del centrodestra (2008).

Sempre sul piano politico, Mattarella potrebbe diventare l'involontario riferimento di quella sinistra cattolica ed ex Dc, alla quale ha sì detto di ispirarsi anche Renzi, ma nella quale militano soprattutto antirenziani doc alla Rosy Bindi. Mentre passata l'euforia per l'elezione c'è un'altra area del Pd che si lecca un po' le ferite, quella che si richiama alla storia dei Ds (e prima ancora del Pci), insomma la "ditta" dei Bersani, dei D'Alema, dei Veltroni, di Anna Finocchiaro, con gli ultimi due che oltretutto erano quirinabili. Infine le tentazioni di Renzi di correre alle elezioni anticipate per arrotondare il proprio consenso, personale e parlamentare. Il premier smentisce e continuerà a farlo; ma non c'è dubbio che la maggioranza che ha consentito l'approvazione del Jobs Act e delle leggi elettorali e istituzionali è oggi in pieno trambusto, ed a Renzi non basta il Pd, né può certo "mettere il turbo alle riforme" sterzando a sinistra. Insomma: il successo tattico è indubbio (compreso l'aver cancellato la disfatta del 2013), quello strategico è, come sempre, da verificare.