Non serve a nulla contare quanta gente la Lega abbia portato sabato scorso in Piazza del Popolo: una vecchia guerra dei numeri che oltretutto non ha mai portato fortuna (i sindacati riempiono San Giovanni, ma non fanno più cadere i governi). Più interessante invece capire chi c'era: e più che i pullman padani hanno contribuito le varie anime della destra romana, da Casa Pound a Fratelli d'Italia. Dunque la prima domanda è: come si concilia il federalismo leghista, venato ancora di secessionismo, con il nazionalismo di questi partiti e movimenti? Come mettere d'accordo gli slogan tradizionali di "Roma ladrona" con il culto della romanità, classica e mussoliniana? Neppure sul ruolo dello Stato in economia, Lega ed estrema destra sembrano andare molto d'accordo. Salvini, come gli altri leader del Carroccio prima di lui, si rivolge alla platea delle piccole e medie imprese, ma anche ai lavoratori dipendenti "vittime dei grandi padroni e tartassati dallo Stato". Per tutti la ricetta è una flat tax al 15 per cento con detrazione unica di 3 mila euro a contribuente. La destra continua invece a considerare centrale lo Stato, inteso come custode e finanziatore di misure sociali, dalla casa all'occupazione, cose che costano.

Invece su altre questioni queste due anime vanno d'accordo: gli immigrati e l'Europa. La guerra all'immigrazione è una battaglia della Lega, declinata anche in chiave economica (perdita di posti di lavoro a favore degli stranieri, costi dell'accoglienza e di operazioni tipo Mare Nostrum); per la destra estrema il tutto si inquadra nel rifiuto della globalizzazione e nella difesa dell'identità nazionale. La critica all'Unione europea è comune e durissima, la Ue è vista come una comunità di burocrati oppressivi e ossessivi, temi comuni a molti altri partiti. La Lega in versione salviniana vuole però l'uscita dall'euro, "il prima possibile", e un ritorno concordato alla lira per rilanciare la competitività delle imprese. Casa Pound propone una doppia moneta, per gli scambi interni e per le transazioni commerciali internazionali. L'attacco all'Europa e all'euro è anche comune anche ai grillini, all'estrema sinistra e all'eventuale nuovo soggetto sociale al quale guarderebbe il leader della Fiom Maurizio Landini. E' un tema popolare ma di complicatissima se non impossibile attuazione. Il tentativo fallito di Syriza di ribellarsi all'Europa, in un paese, la Grecia, pure stremata dall'austerity della troika, lo dimostra. Con una differenza che rende ancora più problematica la riproposizione in Italia. Il nostro paese ha intanto un enorme debito pubblico il quale convertito in lire significherebbe il default: il calo dello spread di questi giorni, soprattutto la riduzione ai minimi storici del costo degli interessi, si tramuterebbero nell'esatto contrario, cioè nell'impossibilità di pagare sia il debito sia gli interessi. E poiché il debito italiano è per oltre il 70 per cento in mani italiane, le prime vittime di questa situazione sarebbero banche, imprese e in misura minore (ma con pesanti effetti collaterali) le famiglie.

Proprio le famiglie italiane hanno al contrario un'ingente ricchezza - tra gli 8.600 ed i 9 mila miliardi - in gran parte immobiliare ma anche finanziaria, la quale si svaluterebbe immediatamente. Non solo. Le famiglie italiane sono tra le meno indebitate dell'Occidente, molto meno rispetto al Nord Europa e agli Usa: il 43 per cento del Pil rispetto all'86 degli inglesi, al 56 dei francesi, al 54 dei tedeschi. Neppure le aziende hanno debiti eccessivi: il 77 per cento del Pil, poco più di quelle tedesche, molto meno delle francesi, spagnole, olandesi. L'abbandono dell'euro, per quanto impopolare possa apparire oggi la moneta unica, svaluterebbe un patrimonio privato che è secondo al mondo dietro quello giapponese, renderebbe proibitiva una situazione debitoria di imprese e famiglie che oggi appare sostenibile, e porterebbe all'export vantaggi illusori che non compenserebbero gli svantaggi, a cominciare dal fatto che le materie prime che importiamo costerebbero molto di più, e che molte imprese (Fca, Luxottica, Barilla, Ferrero, tutte le big della costruzione) sono compratrici o fortemente esposte sui mercati esteri.

Se la Lega vuole realmente diventare forza di governo non può illudere gli elettori con un programma economico e fiscale irrealizzabile. Ed i primi a sapere quanto questo piano sia irrealizzabile sono proprio le forze economiche grandi e medie delle due regioni amministrate dal Carroccio, Veneto e Lombardia. Ma forse Matteo Salvini non punta realmente a governare l'Italia, bensì a fare il pieno di consensi in una destra lasciata a se stessa dal crollo dei moderati berlusconiani. In questo può avere successo, esattamente come il suo modello francese, Marine Le Pen. O come la sinistra spagnola di Podèmos o i nazionalisti inglesi di Nigel Farage (ma la Gran Bretagna è fuori dall'euro): del resto i partiti nazionalisti o anti-euro hanno in media un consenso del 35%. In Italia, però, Salvini dovrebbe dividere questa ipotetica torta con Grillo e con la sinistra. E poi su ciò che resta dovrebbe fare i conti con i nuovi alleati statalisti e nazionalisti di destra. Dunque non è questione di qualunquismo, un'accusa che non porta mai fortuna a chi la muove, ma più semplicemente di realismo. La Lega sta appunto cercando di occupare il vuoto post berlusconiano mettendo assieme una propria coalizione che non governerà, ma magari andrà al ballottaggio previsto dalla nuova legge elettorale. Avrà un posto a tavola (legittimo ovviamente) in Italia e nel parlamento europeo. E da lì si eserciterà nell'arte dell'opposizione politica e mediatica, che Salvini sa fare bene. Probabilmente però dovrà sacrificare strada facendo Veneto e Lombardia, due regioni modello anche grazie al Carroccio, trovando compagni di strada in Lazio, Campania, magari in Sicilia, non proprio esempio di virtù. Anche Beppe Grillo era partito tra squilli di tromba, all'insegna del "vaffa" e di un non programma.