Matteo Renzi varcherà domani l'ingresso del Gran Palazzo del Cremlino (questa è la denominazione ufficiale dell'ex residenza degli zar, oggi del presidente russo Vladimir Putin), sormontato da cinque aquile restaurate e rimesse al posto delle falci e martello sovietiche. Esse rappresentano i territori controllati un tempo dalla Grande Russia, comprese Finlandia, Polonia, Crimea. Per chi vuole non è difficile scorgervi il simbolo delle mire espansionistiche del nuovo zar Vladimir; o almeno la sua profonda irritazione per quello che Putin ritiene l'espansionismo contrario dell'Occidente e della Nato, a tutto danno degli interessi strategici russi. Tutto ciò riporta, nella due giorni renziana a Mosca (preceduta da un breve scalo a Kiev dove incontrerà il presidente ucraino Petro Poroshenko) uno dei due punti principali dell'agenda italiana: il desiderio di superare al più presto il problema delle sanzioni imposte dall'Europa e del relativo embargo russo ai prodotti europei che danneggia significativamente l'export italiano. Animato da realpolitik come Silvio Berlusconi e Romano Prodi, con i quali Putin andava molto d'accordo, Renzi non ha però un rapporto così diretto come i suoi predecessori, né può vantare il ruolo paritario di Angela Merkel (che parla perfettamente il russo e scambia con Putin frequenti telefonate fuori protocollo), e per di più è rimasto escluso dal quartetto Germania-Francia-Ucraina-Russia che ha finora gestito la crisi con Kiev. Dunque dovrà conquistarsi un posto a tavola.

Naturalmente non è neppure, per Putin, un interlocutore qualsiasi viste anche le numerose partnership italo-russe, nel campo dell'energia ma anche delle forniture italiane meccaniche e di beni di consumo. In realtà il dossier più urgente per l'Italia è in questo momento quello del Mediterraneo e della Libia, sul quale Renzi ha intenzione di coinvolgere direttamente la Russia. Il premier italiano sta giocando le proprie carte sull'Egitto, il cui presidente al-Sisi appoggia politicamente e militarmente il governo ufficiale libico in esilio a Tobruk, su una linea antifondamentalista. Gli aerei egiziani bombardano le postazioni dell'Isis, con l'avallo politico soprattutto di due paesi: Francia (che sta fornendo all'Egitto caccia Rafale) e Russia. Con la concorrenza militare francese c'è poco da fare, mentre grazie alla Russia l'Italia vorrebbe diventare partner strategico di un Egitto al quale riconosce un ruolo stabilizzatore dell'intera area. Questa è anche la visione di Putin, che ha sempre criticato l' "avventurismo" dell'Occidente e delle nuove potenze locali come la Turchia nel favorire la deriva islamica, prima con le primavere arabe del 2011 poi con il sostegno agli oppositori del regime siriano, preludio dell'ingresso massiccio dell'Isis sulla sponda Est del Medio Oriente. Quanto all'Africa, la Turchia sostiene anche il governo islamista libico di Tripoli in contrapposizione alla Russia.

Su tutto questo aleggiano due convitati di pietra. Il primo è il ruolo espansivo della Nato e dell'Unione europea, già allargato agli stati baltici (anche gli Eurofighter italiani partecipano al pattugliamento in chiave anti-russa dei cieli di Estonia, Lettonia e Lituania) e che ora vorrebbe inglobare l'Ucraina: un fatto sul quale Putin non è disposto a cedere. Il secondo è la dottrina Obama che ha incoraggiato tutto questo, così come ha sponsorizzato a suo tempo l'appoggio europeo - Germania esclusa - alle primavere arabe. Renzi, entusiasta tifoso di Barack Obama ai tempi della conquista della Casa Bianca, come gran parte dei nuovi leader della sinistra europea, dovrebbe quindi compiere una inversione a U. Pare che l'obamismo renziano si sia piuttosto appannato, specie sulla politica estera, e del resto il presidente Usa è in scadenza. Ma ciò che chiede la Russia all'Italia è una presa di distanza più netta, simile a quella della Germania.

In altri termini, nelle trattative con la Russia - che per quanto in crisi economica resta sempre un player mondiale - Renzi dovrà mettere in ordine le priorità italiane: Libia, Mediterraneo, la difesa dell'export e delle forniture energetiche. Dovrà farlo come capo di un governo sovrano, al di fuori delle tradizionali cornici europee che al Cremlino valgono poco. Né lo aiuta il fatto che sulla poltrona di rappresentante della politica estera della Ue ci sia una sua creatura, Federica Mogherini. E' il primo vero appuntamento di politica estera del premier rottamatore, nel quale conterà molto la sostanza, poco la forma (compresa la deposizione di fiori sul luogo dell'agguato a Boris Nemzov). Renzi sa benissimo che in patria verrà giudicato su altre cose, a cominciare dalla tenuta sui diritti civili. Ma non è certo questo il cuore dell'agenda, e sempre in nome della realpolitik il Cremlino ha annunciato che su iniziativa italiana alla fine dell'incontro, quando Putin e Renzi si presenteranno ai giornalisti, non accetteranno domande.