Un supermanager con il ruolo di amministratore delegato nominato dal governo (da palazzo Chigi o più probabilmente dal Tesoro), niente più consiglieri d'amministrazione espressi dai partiti, canone dimezzato a 65 euro ma pagato con la bolletta elettrica e dunque indipendentemente dal possesso o meno di televisori. Questo, secondo le anticipazioni di Repubblica, il piano di Matteo Renzi per la Rai, che il premier vorrebbe presentare in un prossimo Consiglio dei ministri, forse già in settimana, sotto forma di linee guida per un disegno di legge. Se verrà confermato, si tratta sulla carta di un ritorno alla normalità, "al codice civile" secondo Renzi. Il Tesoro è infatti l'azionista pressoché unico con il 99,56% delle azioni (il resto è della Siae), ma a differenza che nelle altre aziende non esprime attualmente un amministratore delegato bensì un direttore generale che deve condividere molti poteri con un consiglio d'amministrazione di 9 membri, sette dei quali nominati dalla commissione parlamentare di vigilanza e due dal Tesoro. Questo in base alla legge Gasparri del 2004; ma è dal 1971 che alla Rai non c'è più un ad (l'ultimo fu Luciano Paolicchi). L'era dei direttori generali come capo-azienda si è aperta con Ettore Bernabei ed è arrivata fino ad oggi con Luigi Gubitosi.

Ma chi nominerebbe il Cda? In base al codice civile evocato da Renzi dovrebbe essere sempre l'azionista Tesoro, in che consegnerebbe interamente viale Mazzini al governo in carica. Il Parlamento avrebbe un potere generico di controllo, oppure potrebbe nominare un Consiglio di sorveglianza, il quale a sua volta sceglierebbe i consiglieri d'amministrazione, ridotti a cinque. Una delle ipotesi è che questa scelta venga fatta con il meccanismo previsto per il Csm e la Corte costituzionale, cioè a camere riunite. Ipotesi macchinosa - basta ricordare proprio le ultime nomine per la Consulta, dove ancora manca il giudice i nomina parlamentare - mentre i partiti usciti dalla porta rientrerebbero dalla finestra. Quanto al canone in bolletta, diverrebbe né più né meno di un sussidio pubblico, anche se simile a quanto accade in altri paesi europei. La scelta di un amministratore delegato secondo codice civile, tuttavia, renderebbe la Rai più simile ad altre aziende, e quindi il ruolo di servizio pubblico ne risulterebbe annacquato. O meglio: così configurata la governance Rai avrebbe gli strumenti giuridici e (forse) la libertà politica per avviare quella parziale privatizzazione della quale si parla inutilmente da decenni. Privatizzazione resa ineludibile dall'attuale assetto della Rai, unica tv di Stato con quattro reti televisive e altrettante direzioni giornalistiche, oltre 600 dirigenti e conti sempre in bilico. Ma, per quanto riguarda le strategie, con una differenza rispetto ad oggi: finora a decidere, o meglio a bloccare tutto, sono stati i partiti. Con questa riforma il dominus diverrebbe il governo, quindi il presidente del Consiglio. Chi vede in Renzi "un uomo solo al comando" avrebbe indubbiamente un argomento in più. Ma benché il premier voglia fare in fretta, i tempi saranno inevitabilmente lunghi. Renzi parla di una consultazione ristretta di 30 esperti, ancora non si sa con quale profilo e da chi scelti. Gubitosi, in scadenza, potrebbe dover restare al suo posto ancora un po'. Ma non troppo. Renzo Rosati