La cessione della maggioranza assoluta di Pirelli a Chemical China - i cui dettagli sono riferiti a parte dal Velino - non è stata né poteva essere un blitz: come rivela il Corriere della Sera , che ha proprio Pirelli & C. tra i suoi azionisti, i primi approcci tra Ren Jianxin, numero uno del gruppo cinese, e Marco Tronchetti Provera risalgono al 2012. Non solo. In questo triennio la trattativa è stato oggetto di discussione tra i soci italiani, di attenzione del dipartimento di Stato americano (perché nell'azionariato è presente anche la russa Rosneft), infine di una comunicazione dello stesso Tronchetti a Matteo Renzi. I tifosi del libero mercato applaudiranno al fatto che la politica non si sia messa di traverso, così come è passata liscia, un mese fa, la cessione alla giapponese Hitachi delle due divisioni ferroviarie dell'Ansaldo, Sts e Breda, di proprietà Finmeccanica, quindi pubblica. E così come nel 2014 avevano preso la via dell'Oriente, ma cinese, il 40% di Ansaldo Energia in capo al Fondo strategico della Cassa depositi e prestiti, ed il 35% delle reti infrastrutturali di gas ed elettricità, sempre della Cdp. Del resto, Hitachi a parte, la regista di queste operazioni è la Banca centrale cinese (People's Bank of China), che agisce per conto del governo di Pechino, il cui governatore Zhou Xiaochuan ha dichiarato di voler puntare sull'Italia 100 miliardi di euro, record in Europa.

La tabella di marcia prosegue a ritmo impressionante, con quote di minoranza della stessa PBoC in tutte le principali aziende nazionali, da Fiat Chrysler ad Eni passando per Mediobanca, Generali, Enel, Telecom, Prysmian, e con altre acquisizioni di intere aziende, tra le quali non manca la moda, con Krizia. Ed è indicativo che questi rastrellamenti siano iniziati nel 2009, all'inizio della crisi, e non siano rallentati nel periodo buio, quando le banche tedesche scappavano a gambe levate. Segno che la tecnologia, la manifattura e gli sbocchi di mercato italiani hanno un appeal, già prima del Jobs Act. Lo shopping straniero prevede accordi di tutela per il mantenimento in Italia dell'occupazione e delle sedi operative. In particolare per Ansaldo, Pirelli, Krizia. Ma queste clausole non sono blindate, non sono assicurazioni a vita: dipendono dall'evoluzione dell'azionariato, e naturalmente dai mercati. E qui è inevitabile dare un'occhiata all'altra faccia della medaglia. Se lo Stato vuol davvero tutelare la manodopera e la manifattura italiana ha un solo modo: comprarsi una golden share, una piccola quota strategica con limitati poteri di veto. Potrebbe farlo, per esempio, nella Pirelli, acquisendo il 10% che in base all'accordo con i cinesi impedirebbe di modificare lo statuto e relative garanzie.

Ma non pare questa la tendenza del momento: la stessa Cassa depositi e prestiti (che anni fa aveva tentato di salvare l'italianità della Parmalat dalla francese Lactalis) è venditrice, e così il Tesoro, che deve rispettare la tabella di marcia in fatto di privatizzazioni. Né mancano operazioni in controtendenza: a parte le aziende italiane che comprano all'estero, come Luxottica, il Crédit Agricole è per esempio uscito da Intesa Sanpaolo. La questione però deflagrerà davvero se e quando gli eredi Agnelli, attraverso la finanziaria Exor, decideranno di cedere Fiat Chrysler, magari tenendosi la Ferrari di imminente quotazione a Wall Street. I rumors si susseguono e aumentano, alimentati anche dalle dichiarazioni di Sergio Marchionne che a Ginevra ha detto che FCA è alla ricerca di un'alleanza strategica globale, presumibilmente negli Usa. E poiché in America i partner possibili sono due, General Motors e Ford, ma solo la prima ha le caratteristiche finanziarie per questo maxi-accordo, ecco che tutte le attenzioni si sono puntate sulla Gm. Che in effetti essendo una public company ha il problema di non esporsi agli attacchi dei fondi speculativi; dunque Exor, vendendo Fiat Chrysler al colosso americano in cambio di una quota di minoranza con funzione stabilizzatrice, garantirebbe sia i propri interessi, sia quelli strategici della General Motors.

Di tutto questo processo mondiale di concentrazione industriale, dove ovviamente compra chi ha molti soldi e pochi debiti, il Paese ha finora guardato agli aspetti dell'occupazione e dell' "italianità" del marchio. Non sempre è andata bene, vedi Parmalat. E, appunto, non è detto che vada bene in futuro. La FCA è ormai in gran parte emigrata all'estero, tra Detroit, Londra e Amsterdam, e tuttavia Marchionne sta garantendo un aumento dell'occupazione e della produzione nelle fabbriche italiane. Abbiamo perfino le Jeep esportate in America. Ma sarà ancora così se finirà alla General Motors? E che cosa accadrebbe se uno dei colossi non quotati, tipo Ferrero o Barilla, cedessero alle lusinghe dell'Est o dell'Ovest del mondo? L'Italia non è la prima economia occidentale a fronteggiare una situazione simile. C'è passata la Gran Bretagna negli anni Novanta, ci passano periodicamente gli Stati Uniti. Ma gli inglesi, pur con l'eredità liberista thatcheriana, hanno ceduto la manifattura difendendo strategicamente la finanza, anche a costo di soccorrere le banche con soldi pubblici. Stessa cosa negli Usa, con l'aggiunta di un perimetro inespugnabile nella difesa e nelle telecomunicazioni. Per non parlare della Francia e della Germania. In Italia si dice sempre che manca una politica industriale, un refrain che a molti fa venire in mente i tempi non esaltanti dell'Iri. Tuttavia è pur vero che è singolare (benché politicamente comprensibile) difendere il 51% delle torri Rai, e non buttare un occhio, da palazzo Chigi e dintorni, su tutto il resto.