La Corte europea dei diritti umani ha deciso all’unanimità di dichiarare inammissibile il ricorso presentato contro l’Italia per l’inquinamento prodotto dall’acciaieria di Taranto. Il caso riguardava una donna che si era ammalata di leucemia nel 2006 (poi è morta nel 2012) e che in prima battuta si era rivolta alle autorità giudiziarie italiane che però avevano deciso di archiviare il procedimento. La Corte europea dei diritti umani ha stabilito oggi che l’Italia non può essere condannata per non aver garantito il diritto alla vita codificato nella Convezione europea per i diritti umani in quanto non è dimostrato il nesso causale tra la malattia e l’inquinamento prodotto dall’acciaieria dell’Ilva. A pesare sul giudizio del collegio la perizia ordinata dalle autorità di Taranto a seguito della quale avevano deciso di archiviare il procedimento. Nella perizia gli esperti avevano rilevato come l’incidenza di quella malattia tra le donne della fascia di età della ricorrente non era superiore ai Taranto rispetto ad altre zone italiane. Di conseguenza, pur rilevando che le emissioni inquinanti dallo stabilimento Ilva hanno avuto un impatto per la salute della popolazione, era da escludersi l’esistenza di un nesso di casualità tra le emissioni inquinanti prodotte dall’impianto e la malattia.