Dei sette candidati Pd nelle regioni in cui si è votato, neppure uno faceva direttamente capo a Matteo Renzi. Neppure Raffaella Paita, protagonista del clamoroso bagno della Liguria, che è stata una bersaniana della prima ora; neppure Alessandra Moretti, che di Pier Luigi Bersani fu addirittura la portavoce. Certo, nell'ultimo anno Paita e specialmente Moretti si erano avvicinate al segretario-remier, e la seconda ne aveva ricavato un'elezione al galoppo al parlamento di Strasburgo nel 2014, quando Renzi aveva imposto le sue cinque "amazzoni": allora la Moretti, prima nel Nord-Est, e soprattutto prima nel suo Veneto (è di Vicenza) con 900 mila voti ed il 37,5%, aveva sonoramente battuto sia la Lega sia i grillini. Ieri è stata doppiata da Luca Zaia, ha perso in Veneto la metà dei voti, il Pd è sceso nella regione al 16,5%.

La parabola Moretti è indicativa, così come è appunto un fatto che nessuno degli altri sei candidati governatori fosse renziano. Non la sconfitta Paita, ma neppure i vittoriosi Vincenzo De Luca (che verrà sospeso in base alla legge Severino), Michele Emiliano (il quale non ha permesso a Renzi di fare campagna in Puglia), Catiuscia Marini, Luca Ceriscioli, Enrico Rossi. Tutti più o meno bersaniani, ma soprattutto tutti più o meno autonomi rispetto a Renzi. Questo però non allevia il risultato nazionale del Pd, che nelle regioni in cui si è votato collocherebbe il partito intorno al 24%, cioè al livello di Bersani, lontano anni luce dal trionfale 40,8 dove Renzi l'aveva portato un anno fa, su scala nazionale, alle Europee. Non lo allevia soprattutto perché Renzi, Puglia a parte, in questa campagna ha messo la faccia, con una presenza massiccia nelle piazze e nei talk show. E perché Renzi governa da oltre un anno, e se questo è anche un giudizio sull'esecutivo, oltre che sul partito, allora c'è molto da fare su entrambi e fronti.

Governare, di questi tempi, comporta sempre impopolarità: l'Italia è uscita dalla recessione, ma la crescita è minima, i consumi ancora quasi a zero, e soprattutto resta massima la disoccupazione. Pasticci recenti, tipo quello sulle pensioni, hanno fatto il resto. Ma molto, moltissimo, ha inciso la gestione del problema dell'immigrazione, che gli italiani, nonostante le belle parole e il politicamente corretto, vivono essenzialmente come un'invasione di clandestini. Pensioni e immigrati sono due faccende italiane, invece l'uscita faticosa dalla crisi è una zavorra che accomuna Renzi a tutti gli altri leader dell'Europa continentale: perfino la Merkel ha pagato dazio, per non parlare di Hollande e Rajoy. Ma c'è anche chi in Europa è stato premiato su una linea di austerità: l'esempio più clamoroso è David Cameron. Nella posizione in cui è l'Italia, con il suo debito pubblico, Renzi non ha molte alternative sulla politica di governo: deve ancora pedalare senza cadere dalla bici. Dovrà però, e probabilmente lo farà, registrare la sua squadra, da palazzo Chigi ai ministri.

Il regolamento dei conti è invece certo nel partito. L'autolesionismo è arrivato al livello massimo, e la Campania, con la "lista Bindi" degli impresentabili, è solo l'ultimo esempio. E' tradizione della sinistra di dividersi soprattutto quando governo, tradizione ora mutuata dal centrodestra. Questa volta il Pd non ha fatto eccezioni. Eppure appena a febbraio Renzi aveva imposto la sua dottrina con l'elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. Ora comunque l'uomo solo al comando non esiste più, il che allontana per il momento la prospettiva di elezioni, ma non chiarisce in che modo il premier intende sistemare il suo partito per governare l'Italia. Tornare alla rottamazione o piegarsi alla consociazione? La scelta è tutta sua.

Sull'altro fronte il dato è duplice. Silvio Berlusconi si è dimostrato un combattente e questo gli va riconosciuto. Il suo fedelissimo Giovanni Toti è da oggi governatore della Liguria, impresa che nel recente passato ai moderati era riuscita una sola volta. Un altro esponente di Forza Italia, il più che moderato (come Toti) sindaco di Assisi, Claudio Ricci, ha sfiorato il colpaccio nella roccaforte rossa dell'Umbria. Forza Italia ha però perso la Campania, vittima di De Luca e delle mille faide interne del partito. Questi successi d'immagine, e non solo, sono però offuscati dal sorpasso della Lega, che a livello nazionale, e con dati ancora provvisori, diventa un partito del 13%, rispetto al 10 di Forza Italia. Non solo. La Lega è fortissima al Nord, Liguria compresa, governa direttamente due regioni - Veneto e Lombardia - è determinante nella terza, ed è davanti a Forza Italia almeno fino a Roma.

Ciò nonostante il centrodestra costituisce un'alternativa, anche vincente, solo quando riesce a unirsi. Di questo dovranno discutere Matteo Salvini e Berlusconi, con il primo che, se vorrà diventare un vero leader nazionale, dovrà limare look e programma, a cominciare dai propositi di uscita dall'euro (come sta andando in Grecia lo vediamo tutti). I grillini ottengono un risultato molto buono, pur, come al solito, non raccogliendo niente. Teoricamente sarebbero la prima alternativa al Pd renziano. Il nuovo capo democratico, Emiliano, intende portarli nella giunta, contro le direttive di Renzi. Molti dicono che stavolta, senza la campagna di Beppe Grillo, e senza i diktat di Casaleggio, avrebbero fatto ancora di più. Tutto da dimostrare. Resta il fatto che anche i Cinque Stelle, oscurati da Renzi un anno fa, sembrano risorti.