Per l'estate, si direbbe che Matteo Renzi abbia deciso di mettere via l'abito pesante del rottamatore per rispolverare quello, più leggero anche politicamente, del consociatore. Causa il brusco ridimensionamento subito dal Pd alle Regionali: dal 40,8 % al 24 o poco più, con 2,1 milioni di voti in meno persi nelle aree in cui si è votato (secondo l'istituto Cattaneo), e addirittura un milione anche rispetto alla gestione Bersani, sempre per aree omogenee. Di fatto comunque il partito è tornato ai livelli del 2013, cioè con Bersani segretario, e la maggiore emorragia è l'effetto del ridimensionamento subito nelle regioni rosse Liguria, Umbria e Toscana. Tutto ciò sta portando il Renzi segretario a promettere compromessi con la minoranza interna; mentre il Renzi premier frena su alcune riforme in corso d'opera, a cominciare dalla scuola. Nel Pd in ballo non c'è tanto una ricucitura con i ribelli usciti (Civati) o in uscita (Fassina) o con gli ultrà bersaniani (D'Attorre), né con personaggi tipo Rosy Bindi. Questi, che non hanno votato la legge elettorale restano accusati di disfattismo e di aver contribuito alla sconfitta.

E' invece con la vecchia guardia bersaniana, la "Ditta", che Renzi sta cercando di trovare un accordo sulla gestione del partito per arrivare alle politiche fissate nel 2018 senza altri atti di autolesionismo. Dunque direttamente con gli ex segretari Pier Luigi Bersani e con Guglielmo Epifani, ex segretario ed ex presidente, con i buoni uffici anche del ministro dell'Agricoltura Maurizio Martina. Le monete di scambio non mancano, c'è da nominare il capogruppo alla Camera (in pole Ettore Rosato) ed il suo vice (favorito Matteo Mauri della minoranza), e sono scoperte alcune poltrone di sottosegretario. Ma il maggiore strappo da ricucire è quello dei dieci esponenti dem sostituiti in commissione Affari costituzionali: si tratta di Bersani, Bindi, Gianni Cuperlo, Andrea Giorgis, Alfredo D'Attorre, Enzo Lattuca, Barbara Pollastrini, Roberta Agostini, Marilena Fabbri, Marco Meloni. Alcuni potrebbero rientrare. Al contrario resta sul tavolo la questione Roma. La sorte di Ignazio Marino è nelle mani del prefetto (nominato da Renzi) Franco Gabrielli.

Se nella relazione che sta per inviare al ministero dell'Interno e palazzo Chigi confermerà la tesi della procura, cioè di ipotesi di reato di stampo mafioso, lo scioglimento del consiglio comunale assai inquinato dovrebbe essere inevitabile. Se invece Gabrielli giudicherà grave, anzi gravissima, la situazione, ma senza riconoscere a consiglieri e dirigenti dei vari uffici le caratteristiche proprie della mafia, Marino è salvo (per ora), ma a quel punto si aprirà una diatriba con la procura. Eppure anche per evitare di perdere la capitale, magari a vantaggio dei grillini, Renzi ha bisogno del sostegno della minoranza e della sinistra del partito, che a Roma sono ancora forti. Così come per correggere la riforma della scuola, dove il premier ha fatto autocritica (ma non si capisce su quali punti), per non parlare degli altri due fronti caldi: riforma della pubblica amministrazione e abolizione del Senato. Un atteggiamento dialogante su scuola e pubblico impiego, però, può portare ad una apertura di dialogo anche con la Cgil. E questo, dopo aver chiuso la sala Verde di palazzo Chigi e abolito la concertazione, è un passo che proprio Renzi non vuole compiere.