Vita media in aumento, migliora la condizione economica delle famiglie, ma nel Mezzogiorno restano forti disuguaglianze, cala la partecipazione politica e resta elevata la sfiducia nelle istituzioni. Sono alcuni indicatori che insieme concorrono alla qualità della vita dei cittadini. A "misurarli" è il Rapporto Bes dell'Istat che fotografa il benessere equo e sostenibile in Italia. SALUTE - L’Italia ha un livello di speranza di vita tra i più elevati in Europa – al primo posto con 80,3 anni per gli uomini e al terzo per le donne con 85,2 – e la longevità continua ad aumentare. La mortalità infantile scende ancora – siamo a 30 decessi ogni 10mila nati vivi – come pure la mortalità per incidenti da mezzi di trasporto dei giovani – 0,8 vittime ogni 10mila residenti – e quella per tumori maligni tra gli adulti (8,9 decessi per 10mila residenti). Migliorano, rispetto al 2005, anche le condizioni di salute fisica, e prosegue la riduzione di fumatori e di consumatori di alcol a rischio. Fra le criticità, non migliora la qualità della sopravvivenza e peggiora il benessere psicologico. Ancora diffusi stili di vita non virtuosi come la sedentarietà, che riguarda quattro persone su 10 – l’eccesso di peso – più di quattro su 10 – e un non adeguato consumo di frutta e verdura – più di otto persone su 10. In crescita le differenze territoriali, con il Mezzogiorno che vede aumentare, anche per effetto della crisi, il proprio svantaggio nella speranza di vita (81,5 anni per il Mezzogiorno contro 82,5 anni per il Nord), nella qualità della vita (55,4 anni di speranza di vita in buona salute per il Mezzogiorno contro 60 anni per il Nord), nella mortalità infantile, nella salute fisica e psicologica e nei fattori di rischio legati agli stili di vita (sedentarietà, eccesso di peso e scorrette abitudini alimentari). ISTRUZIONE E FORMAZIONE - L’Italia presenta un forte ritardo su istruzione e formazione rispetto alla media dei paesi europei, ma nell’ultimo anno l’incremento di diplomati e laureati, insieme con quello delle persone che hanno svolto formazione continua e alla significativa riduzione del tasso di abbandono precoce degli studi, hanno ridotto il divario che ci separa dal resto dell’Europa. Piccolo segnale positivo è anche la quota di Neet che, dopo anni di crescita, si mantiene stabile rispetto all’anno precedente (26%). La partecipazione culturale, che aveva conosciuto un trend negativo durante tutto il periodo di crisi, è in miglioramento nel 2014, soprattutto per la crescita di visitatori a musei, mostre e siti archeologici. Diminuisce, invece, la lettura dei quotidiani. Le differenze a sfavore del Sud sono profonde, e non possono non essere imputate anche alle carenze del sistema scolastico; ad esempio, l’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione riguarda il 19,3% dei 18-24enni nel Mezzogiorno contro il 12% del Nord mentre la quota di 30-34enni che hanno conseguito un titolo universitario è al 25,3% al Nord e al 19,7% nel Mezzogiorno. Inoltre, ovunque nel Paese la classe sociale di provenienza continua a condizionare pesantemente la riuscita dei percorsi scolastici e formativi dei ragazzi. Il titolo di studio conseguito continua a rivestire un ruolo cruciale per la partecipazione al mercato del lavoro e la laurea ha difeso di più dagli effetti negativi della crisi.

LAVORO E CONCILIAZIONE DEI TEMPI DI VITA - Primi segnali positivi nella crescita dell’occupazione emergono nel 2014; la quota di persone di età 20-64 anni occupate in Italia sale al 59,9% nel 2014 (+0,2 punti percentuali rispetto al 2013), ma la distanza con l’Europa continua ad aumentare. La ripresa nel Paese è avvenuta, infatti, a ritmi meno accentuati in confronto ai principali paesi europei. Positiva anche la diminuzione della percezione della paura di perdere l’occupazione e l’elevata soddisfazione per il proprio lavoro; quest’ultima rimane stabile con quasi la metà degli occupati che si ritiene molto soddisfatta. Importante il segnale della diminuzione delle differenze tra i tassi di occupazione delle donne con figli e senza figli, anche se, soprattutto per quante hanno basso titolo di studio e per le straniere, i problemi di conciliazione restano molto forti. Malgrado i segnali favorevoli della congiuntura economica, rimangono elevati gli storici divari che caratterizzano il mercato del lavoro italiano. Il divario di genere nella partecipazione al mercato del lavoro, pur continuando a ridursi a seguito della maggiore caduta dell’occupazione nei comparti a prevalenza maschile, resta tra i più alti d’Europa (69,7% di uomini occupati contro il 50,3% di donne) e, per colmarlo, dovrebbero lavorare almeno 3 milioni e mezzo di donne in più di quante attualmente occupate. Anche la qualità del lavoro è peggiore per le donne, più spesso occupate nel terziario e in professioni a bassa specializzazione (in particolare le straniere). L’Italia continua a caratterizzarsi in Europa per la forte esclusione dei giovani dal mercato del lavoro, a fronte della continua crescita del tasso di occupazione degli ultracinquantacinquenni. Sebbene l’allungamento dei percorsi formativi ritardi l’ingresso nel mondo del lavoro, la diminuzione deltasso di occupazione per i giovani dipende soprattutto dalla difficoltà a trovare un impiego, specie se continuativo nel tempo. La condizione dei giovani è aggravata da una peggiore qualità del lavoro e da una maggiore paura di perderlo. Aumenta inoltre lo svantaggio del Mezzogiorno, l’unica area territoriale, dove l’occupazione diminuisce anche nel 2014 (tasso di occupazione al 45,3%) e dove è più bassa la qualità del lavoro. BENESSERE ECONOMICO Nel 2014 e ancor più nei primi mesi del 2015 la situazione economica registra una serie di segnali positivi che dalle regioni del Nord si diffondono al resto del Paese, riflettendosi sulla condizione delle famiglie, a partire da quelle più agiate fino a quelle condizionate da maggiori vincoli di bilancio. Aumentano il reddito disponibile (dello 0,7% nel 2013 e dello 0,1% nel 2014) e il potere d’acquisto; cresce la spesa per consumi finali, anche se in misura più limitata in conseguenza del lieve aumento della propensione al risparmio. Sempre meno famiglie mettono in atto strategie per il contenimento della spesa mentre è più elevata la quota di quelle che tornano a percepire come adeguate le proprie risorse economiche. Il Mezzogiorno, oltre ad avere un reddito medio disponibile pro capite decisamente più basso del Nord e del Centro, è anche la ripartizione con la più accentuata disuguaglianza reddituale: il reddito posseduto dal 20% della popolazione con i redditi più alti è 6,7 volte quello posseduto dal 20% con i redditi più bassi mentre nel Nord il rapporto è di 4,6.

RELAZIONI SOCIALI - In Italia le reti sociali hanno sempre svolto un ruolo fondamentale per la qualità della vita della popolazione e dei segmenti più svantaggiati e vulnerabili. Nel 2014, l’andamento degli indicatori sulla partecipazione sociale rafforza i segnali positivi che si erano già registrati, seppur debolmente nell’anno precedente. Ciò mostra l’avvio di un recupero della coesione sociale, fiaccata dai difficili anni della crisi, e fa intravedere un clima di fiducia positivo riguardo la capacità e l’opportunità di attivarsi pur in una fase di congiuntura sfavorevole. Benché ancora bassa, aumenta la fiducia negli altri (dal 20,9% del 2013 al 23,2% del 2014) insieme alla percezione di poter contare sulla propria rete relazionale (dall’80,8% all’81,7%). Inoltre si dà più spesso sostegno economico ad associazioni (dal 12,9% al 14,5%) e più di frequente si fa volontariato (dal 9,4% al 10,1%). Le differenze territoriali continuano ad essere particolarmente marcate a svantaggio del Mezzogiorno. In questa area geografica le reti sociali appaiono più deboli rispetto al resto del Paese sia nella componente del volontariato (13,2% di persone che hanno svolto attività gratuita nel volontariato nel Nord contro 6,5% nel Mezzogiorno) sia nelle reti di aiuto familiari (83,4% di persone che hanno parenti, amici o vicini su cui contare nel Nord contro 78,5% nel Mezzogiorno). POLITICA E ISTITUZIONI - L’elemento più dinamico nel quadro politico istituzionale è la crescente presenza femminile nei luoghi decisionali politici ed economici. Dopo le recenti elezioni europee, il divario di genere diminuisce sensibilmente e l’Italia per la prima volta raggiunge una rappresentanza femminile al Parlamento europeo più elevata della media Ue (40% contro 37%). La presenza delle donne è in crescita anche nel Parlamento nazionale e nelle principali istituzioni, anche se in alcuni consigli regionali, rinnovati negli ultimi tre anni, le donne diminuiscono. La maggiore presenza femminile ha contribuito all’abbassamento dell’età media dei parlamentari (47,2 anni alla Camera e 55,3 anni al Senato) essendo le elette notevolmente più giovani dei colleghi maschi. Il divario di genere si riduce anche nei consigli d’amministrazione delle imprese, dove la presenza femminile è in costante aumento a seguito delle recenti politiche di empowerment (da 17,8% nel 2013 a 22,7% nel 2014). Segnali positivi emergono anche dal fronte del sistema giudiziario. Gli ultimi dati sui procedimenti civili di cognizione ordinaria discussi nei tribunali ordinari segnalano una notevole diminuzione dei tempi medi di giacenza del procedimento (-12,2%), ma le differenze regionali sono molto marcate. Rimane comunque ancora elevata e trasversale la sfiducia nei confronti di partiti (voto medio 2,4), Parlamento (voto medio 3,5), consigli regionali, provinciali e comunali (voto medio 3,7), e del sistema giudiziario (voto medio 4,2); la sfiducia riguarda tutte le zone del Paese senza apprezzabili variazioni di genere ed età. Le sole espressioni di fiducia dei cittadini che superano la sufficienza sono per i Vigili del fuoco e le Forze dell’ordine (voto medio 7), segno che i cittadini premianocoloro che mettono la protezione del bene comune prima ancora della propria incolumità.

SICUREZZA - La criminalità predatoria, in deciso calo a partire dagli anni ’90, ha invertito la tendenza registrando un forte aumento soprattutto negli anni di crisi economica. I furti in abitazione, raddoppiati in 10 anni, sono ora stabili (17,9 per 1.000 famiglie) ma lontani dalla situazione precedente gli anni 2000. Anche le rapine si sono stabilizzate nel 2014 (1,5 per 1.000 abitanti), mentre i borseggi sono in lieve aumento. Emergono segnali positivi ma sono ancora troppo deboli per indicare un miglioramento. L’Italia è il Paese europeo con il più basso tasso di omicidi (0,8 per 100.000 abitanti), grazie al trend discendente degli ultimi anni. La progressiva diminuzione degli omicidi ha interessato soprattutto quelli commessi da uomini su persone del loro stesso sesso, piuttosto che quelli degli uomini contro le donne. Miglioramenti emergono per la violenza fisica, sessuale e psicologica contro le donne. La percentuale di coloro comprese tra i 16 e i 70 anni che hanno subito violenza fisica negli ultimi 5 anni é scesa dal 7,7% del 2006 al 7% del 2014; mentre per chi è stata oggetto di violenza sessuale dall’8,9% al 6,4%. La diminuzione è trasversale, riguarda anche la violenza da parte dei partner (dal 6,6% nel 2006 al 4,9% del 2014) soprattutto le forme meno gravi. Non risultano intaccate le forme più gravi di violenza, come stupri e tentati stupri (stabili negli anni). BENESSERE SOGGETTIVO - Nonostante il Paese non si sia ancora affrancato dalla crisi, nel 2014 cresce l’ottimismo verso il futuro (dal 24% di persone di 14 anni e più che ritengono che la loro situazione migliorerà nei prossimi 5 anni nel 2013 al 27% nel 2014). I giovani, che si confermano il segmento più ottimista, presentano il maggiore incremento positivo nonostante siano stati tra i soggetti sociali più colpiti dalla crisi. Inoltre le differenze territoriali si riducono per effetto della quota di pessimisti che diminuisce di più nei contesti territoriali in cui era più rilevante: nel Mezzogiorno passa da 23,9% nel 2013 a 19,3% nel 2014. Questi andamenti positivi non si traducono ancora in una crescita della soddisfazione complessiva per la propria vita: dopo il forte calo registrato tra il 2011 e il 2012, il benessere soggettivo si mantiene stabile nel 2013 e nel 2014. L’incertezza generata da una crisi lunga e intensa sembra rendere i cittadini ancora cauti, pur con una quota consistente di persone che valuta la soddisfazione per la propria vita molto elevata (35,4%). PAESAGGIO E PATRIMONIO CULTURALE - Perdurano forti disuguaglianze regionali nella tutela dei beni comuni, e in particolare del territorio; un altro effetto della crisi è la sopravvivenza dell’abusivismo edilizio, in proporzioni senza riscontro nelle altre economie avanzate. Nel 2014, ogni 100 costruzioni autorizzate, ne sono state realizzate 17,6 abusive in tutta Italia, e più di 40 nel Mezzogiorno. La spesa dei comuni per la gestione del patrimonio culturale è di 10,1 euro pro-capite a livello nazionale nel 2013, nel Mezzogiorno scende a 4,3. Alla crisi si collega anche una forte contrazione degli investimenti nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio culturale. Nonostante la tenuta complessiva della spesa pubblica, va ricordato che gli attuali livelli di investimento sono inadeguati in rapporto all’eccezionalità del patrimonio culturale italiano e alla media dei paesi europei: l’Italia spende lo 0,3% del Pil, contro lo 0,8% della Francia e lo 0,5% della media Ue. AMBIENTE - Aumenta la disponibilità di aree verdi urbane a disposizione dei cittadini: nei comuni capoluogo coprono il 2,7% del territorio nel 2013 (+0,7% sull’anno precedente), si tratta in media di 32,2 metri quadrati per abitante. Si riduce l’inquinamento dell’aria indiverse città, infatti nel 2014 passano da 44 a 35 i comuni capoluogo dove il valore limite per la protezione della salute umana previsto per il PM10 viene superato per più di 35 giorni. Cresce l’energia prodotta da fonti rinnovabili, che raggiunge il 37,3% del totale nel 2014 dal 33,7% dell’anno precedente, e anche le famiglie sono sempre più sensibili al tema dell’efficienza energetica: 22 su 100 hanno investito denaro negli ultimi cinque anni per acquistare nuovi impianti e apparecchi per razionalizzare il consumo. Si contraggono le emissioni di gas serra (sotto le 8 tonnellate di gas CO2), anche come conseguenza della crisi economica. È ancora evidente però, la necessità di interventi sostanziali sul territorio per la tutela e la gestione dell’ambiente. Nel settore dei rifiuti urbani si riduce la quota dello smaltimento in discarica ma è comunque più di un terzo del totale (31,5% nel 2014), a conferma del ritardo rispetto agli altri paesi europei. Resta anche grave, soprattutto inalcune regioni del Mezzogiorno e dell’Italia centrale, la dispersione di acqua potabile dalle reti di distribuzione comunale, pari al 37,4% dei volumi immessi in rete in media nazionale. Ugualmente grave la presenza di diversi siti inquinanti da bonificare diffusi sul territorio nazionale, sono 39 in tutta la Penisola per una superficie di 121mila ettari. Inoltre resta elevato in molte zone del Paese il rischio idrogeologico prodotto da frane e esondazioni dei corsi d’acqua, considerando che in cinquanta anni, fra il 1964 e il 2013, questi eventi hanno causato più di 2mila vittime.

RICERCA E INNOVAZIONE - Nonostante un leggero incremento della quota di Pi ldestinata alla ricerca (1,31% nel 2013 a fronte di 1,27% nel 2012), l’Italia è notevolmente al di sotto della media europea e lontana dagli obiettivi di Europa 2020 (1,5%). L’attività di brevettazione nazionale è in calo e le domande di brevetto presentate per milione di abitanti confermano il gap con il resto d’Europa (71,6 contro i 112,6 dell’Ue). Gli investimenti produttivi nell’high-tech sono stagnanti; l’Italia resta al 20° posto nella classifica europea per occupazione in questi settori, seguita solo da Grecia, Portogallo e dai paesi dell’Europa Orientale. Sotto il profilo territoriale, Lombardia, Piemonte, Veneto e Emilia-Romagna si confermano le regioni più dinamiche in termini di ricerca e innovazione. Anche il Lazio e la Toscana registrano buone performance. Il Mezzogiorno, invece, è ancora in grande ritardo e non emergono importanti segnali di ripresa delle sue aree più arretrate. QUALITÀ DEI SERVIZI - La qualità delle public utility – erogazione di energia elettrica e acqua nelle abitazioni e numero di famiglie raggiunte dalla rete di distribuzione del gas metano – è in lento ma graduale miglioramento. Anche la raccolta differenziata dei rifiuti urbani fa registrare ulteriori progressi soprattutto se considerata in una prospettiva di lungo periodo (dal 22,7% nel 2004 al 45,2% nel 2014). Meno lusinghiere le valutazioni sui servizi sociali e socio-sanitari, sia quelli destinati alla popolazione anziana (dal 2004 al 2012 gli anziani assistiti passano da 3 a 4 ogni 100) sia quelli offerti alle famiglie con bambini. Segnano il passo anche i servizi per la conciliazione famiglia-lavoro, diminuisce l’offerta di asili nido, micronidi e servizi integrativi per la prima infanzia, in primo luogo per la contrazione delle risorse a disposizione dei Comuni (dal 13,9% del 2011/2012 al 13% del 2012/2013). Anche la mobilità delle persone sul territorio resta un punto dolente: i tempi per gli spostamenti e le difficoltà di accesso ai servizi essenziali lamentati dai cittadini non sembrano diminuire (in media 81 minuti nel Centro, 74 minuti nel Mezzogiorno). I disagi più forti si registrano soprattutto nelle grandi aree metropolitane, nonostante una dotazione infrastrutturale mediamente più elevata. Anche il sovraffollamento delle carceri resta una questione irrisolta: la diminuzione del numero di detenuti e l’aumento dei posti letto ha alleviato il problema in misura significativa ma non ancora risolutiva: da 131,1 detenuti ogni 100 posti di capienza regolamentare alla fine del 2013, a 108 detenuti al 31 dicembre 2014. Il volume di offerta di servizi alla persona e alle famiglie nelle regioni del Mezzogiorno è sistematicamente inferiore a quello medio nazionale.