Dopo la condanna a 10 anni di reclusione rimediata nel gennaio scorso, non sono finiti i guai per Antonio Cuppari, imprenditore ritenuto espressione del clan Morabito di Africo. Fin dalle prime luci dell'alba, i finanzieri del Comando provinciale e dello Scico stanno eseguendo un provvedimento di confisca emesso nei confronti di Cuppari dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale, su richiesta dell'analoga sezione della Dda, coordinata dal procuratore aggiunto Gaetano Paci. Da oggi, passano dunque in mano allo Stato 4 società commerciali, 137 fabbricati, 51 terreni, 26 veicoli e rapporti finanziari, per un valore di 217, 5 milioni di euro. Tra gli immobili confiscati, sparpagliati fra Calabria e Lazio, c'è anche il noto complesso turistico "Gioiello" del mare di Brancaleone.

Tutti beni – hanno scoperto i finanzieri – che Cuppari ha accumulato grazie al denaro illecito messo a disposizione dai clan di Africo. A testimoniarlo c'è l'esame di ogni singola transazione economica e finanziaria fatta dall'imprenditore, dalle sue società e dal suo nucleo familiare negli ultimi vent'anni che non trova riscontro alcuno nei redditi dichiarati, né nella storia personale di Cuppari e della sua famiglia. Quando nel 2006 costituisce la società di costruzioni R.d.v. srl e avvia il faraonico cantiere del 'Gioiello del mare', Cuppari è un signor nessuno, "senza alcuna esperienza pregressa" e una dichiarazione dei redditi che testimonia a stento la capacità di mantenere decorosamente la propria famiglia. Nel giro di pochi mesi però è in grado di improvvisarsi imprenditore, con milioni da investire e un piano aziendale che prevede di piazzare il costruito all'estero. Tutti elementi che hanno indotto inquirenti e investigatori a ricondurre la sua intera attività imprenditoriale ai clan, cui Cuppari ha sempre delegato la reale gestione degli affari. Erano i Morabito – è emerso dall'indagine patrimoniale Mariage, come dal procedimento Metropolis – a detenere la golden share dell'imprenditore, ossia una quota occulta di potere decisionale e di controllo sull'investimento dell'imprenditore che nel corso dell'intera vita dell'impresa ha potuto contare sugli strumenti 'di lavoro' tipici dei clan: violenza, assoggettamento, omertà, come la 'garanzia' e il 'prestigio' che deriva dalla loro storica capacità di intimidazione. Un quadro che ha indotto il tribunale a accogliere la proposta di confisca, ritenendo tanto la 'Rosa dei Venti' come la R.d.v srl e le sue controllate, Veco costruzioni srl e F&C srl, imprese mafiose. Allo stesso modo, il tribunale ha disposto nei confronti di Cuppari, per i magistrati affiliato al clan Morabito ancor prima di iniziare la sua avventura imprenditoriale, tre anni di sorveglianza speciale.