Un malato terminale che muore al pronto soccorso e il figlio, giornalista, che scrive al ministro della Salute Beatrice Lorenzin per denunciare l'accaduto. La vicenda è accaduta all'ospedale San Camillo di Roma nei giorni scorsi. "Mio padre è morto dopo 56 ore, passate interamente in pronto soccorso. Lo ripeto: cinquantasei ore in pronto soccorso, da malato terminale, nella sala dei codici bianchi e verdi, ovvero i casi meno gravi - racconta Patrizio Cairoli nella lettera alla responsabile del dicastero - . Accanto aveva anziani abbandonati, persone con problemi irrilevanti che parlavano e ridevano, vagabondi e tossicodipendenti che, di notte, cercavano solo un posto dove stare. Il peggio, poi, si verificava nell'orario delle visite: sala sovraffollata di parenti che portavano pizza e panini ai malati e che non perdevano l'occasione per gettare lo sguardo su mio padre. Abbiamo protestato, chiesto una stanza in reparto o in terapia intensiva, un posto più riparato. Ma non abbiamo ottenuto nulla. Allora sarebbe bastata una tenda, tra un letto e l'altro. Invece abbiamo dovuto insistere per ottenere un paravento, non di più, perché gli altri 'servono per garantire la privacy durante le visite'; una persona che sta morendo, invece, non ne ha diritto: ci hanno detto che eravamo persino fortunati. Così, ci siamo dovuti ingegnare: abbiamo preso un maglioncino e, con lo scotch, lo abbiamo tenuto sospeso tra il muro e il paravento; il resto della visuale lo abbiamo coperto con i nostri corpi, formando una barriera". Il ministro Lorenzin si è detta "molto colpita" dalla lettera: "Ci sono dei punti molto gravi - ha sottolineato -, ho dato mandato al mio capo ufficio stampa di reperire più informazioni dopo di che manderemo gli ispettori". Successivamente Lorenzin ha scritto un post su Facebook: "“Quanto accaduto al signor Marcello Cairoli non doveva succedere, non da noi. In Italia il pronto soccorso degli ospedali non è e non deve essere l’ultima tappa della vita di un paziente oncologico. Approfondiremo ogni aspetto di questa vicenda, raccontata da Patrizio con tanto coraggio, amore e indignazione". Il ministro ha assicurato che "gli ispettori ora accerteranno cosa è accaduto, cosa non ha funzionato, di chi è stata la responsabilità, se un uomo è morto passando le ultime 56 ore della propria vita in un pronto soccorso; con solo un paravento tra lui, circondato dalla sua famiglia, e la folla". Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, ha sollecitato al direttore generale dell'Ospedale San Camillo una relazione dettagliata sulla vicenda. Per il nosocomio nel frattempo si è espresso proprio il direttore sanitario, Luca Casertano (che si è scusato personalmente per quanto accaduto), secondo cui "i nostri Pronto Soccorso gestiscono ogni anno più di 90mila accessi. Presso il dipartimento di emergenza dove è stato ricoverato il signor Cairoli ogni giorno arrivano 150 nuovi casi che vengono presi in carico e curati dal personale medico e infermieristico. Un flusso elevato di persone che, in caso di incremento di accessi di malati - non prevedibile, ma frequente - può aver in qualche modo limitato o impedito una idonea comunicazione da parte degli operatori sanitari".