È stato condannato a 12 anni di carcere il narcotrafficante albanese Belulaj Altin, arrestato nell’ambito dell’inchiesta Mediterraneo, che ha individuato e bloccato le giovani leve dei Molè, clan costretto dallo scontro con i Piromalli, a spostare il baricentro dei propri interessi e affari 600 chilometri più a nord, ma con testa e direzione saldamente e coscientemente piantati nella Piana di Gioia Tauro. Accogliendo la richiesta del pm Roberto Di Palma, il gup Minniti ha condannato Ardin, considerato uno principali fornitori di droga dei Molè a Roma. Secondo quanto emerso dall’indagine, l’Albania era il canale privilegiato di approvvigionamento di cocaina, mentre l’hashish arrivava dal Marocco e la marijuana dal vibonese. Tutte droghe smerciate a quintali su Roma e provincia sotto l’attenta regia di Arcangelo Furfaro, l’uomo scelto dal clan per gestire la conduzione operativa delle attività di narcotraffico. A sceglierlo era stato ancora una volta il capo storico del clan, Mommo Molè attraverso una lettera spedita al fratello recluso Domenico nell' aprile del 2012. "Quel faccia tosta del piccolo come saprai è insieme da 4-5 anni assieme alla figlia di non mi ricordo il nome ma la sorella di Lino Furfaro nostro compagno di scuola". Un riferimento quasi casuale alle vicende sentimentali del figlio minore di don Mommo - anche lui finito in manette nel corso dell’operazione - che non ha ingannato gli inquirenti. Con quella lettera, il boss aveva indicato in Furfaro - personaggio non direttamente riconducibile al clan, ma controllato da vicino dal futuro giovanissimo cognato - l’uomo demandato alla gestione dello spaccio nella capitale. Mentre testa e direzione strategica rimanevano ben saldi nella Piana, due anonimi appartamenti del centralissimo quartiere di San Giovanni, distanti appena 100 metri l'uno dall'altro, erano diventati il centro di raccolta e smistamento della droga su Roma. Qui infatti arrivava regolarmente il ristretto gruppo di sodali incaricati di portare la droga dalla Calabria, come pure si facevano vedere spesso per monitorare la situazione i due figli di Molè, Antonio (classe '89) e il fratello minore, ma anche rappresentanti della cosca vibonese dei Mancuso, come il giovane Giuseppe Salavatore, figlio del boss Luni Mancuso, e del gruppo albanese.