“Se pensate a un futuro da qui a dieci anni, piantate un albero; se pensate a un futuro da qui a cento anni, istruite le persone”. Queste le parole di Zygmunt Bauman nel corso del convegno di chiusura del Festival delle Generazioni di Firenze organizzato dai pensionati della Cisl. AGRICOLAE aveva intervistato tempo fa, in esclusiva, il grande filosofo tedesco nel corso della Lectio magistralis in Puglia, dove era andato per ricevere dall’Università del Salento la laurea ad honoris causa in Lingue moderne, letterature e traduzione.

“Viviamo in tempi bui. Non significa che siamo ciechi, bensì che, come succede quando siamo al buio, vediamo benissimo quel che c’è immediatamente vicino a noi, ma non oltre”, aveva spiegato uno dei più grandi pensatori del nostro tempo, che ha coniato concetti come ‘società liquida’ e ‘modernità liquida’. Le parole di Bauman non sono state certo consolatorie. Basta vedere la domanda con cui ha concluso la sua lectio: “Bisogna aspettare che la catastrofe accada per accorgersi che sta arrivando?” Qual è la catastrofe? Innanzitutto quella dell’ineguaglianza e dell’esclusione, di cui Bauman aveva parlato citando le parole di papa Francesco.



“Possiamo davvero girare la testa da un’altra parte mentre il cibo viene gettato via e intanto milioni di persone muoiono di fame?”, si era chiesto Bauman, spiegando che le leggi della concorrenza e della sopravvivenza del più forte fanno sì che il potente tragga energia vitale dalla distruzione del debole. Intere masse di persone si ritrovano escluse e marginalizzate; e gli esclusi, specifica Bauman “non sono gli sfruttati ma gli scartati dalla società”. Questo ‘scarto’ riguarda il mondo del lavoro, dove al concetto di disoccupazione si è sostituito quello di esubero, con il senso di inutilità e di esclusione che esso porta con sé. E riguarda le migrazioni, che creano una “diasporizzazione” all’interno delle nostre società: masse di persone che “arrivano in un contesto già multiculturale e che non sono più stimolate a integrarsi, come avveniva in passato, ma al massimo a interagire con il gruppo etnico a loro più vicino”. Tutto questo si ricollega al tema, evidenziato da Bauman, dell’“interdipendenza dell’umanità”.

Se in passato sono stati creati “degli strumenti, per quanto imperfetti, di azione collettiva per servire quelle unità territoriali autonome e sovrane che chiamiamo Stati”, oggi ci troviamo dinnanzi a una realtà differente, basata su “reti di dipendenza reciproca che si estendono in ogni angolo del pianeta e che mettono in discussione l’indipendenza degli Stati”.

“Ad oggi – rileva il filosofo – non esiste ancora una sola istituzione politica in grado di gestire la coesistenza pacifica e reciprocamente benefica tra persone”. Poco spazio all’ottimismo, dunque, come ammette lo stesso Bauman che dice: “Come in un campo minato, sappiamo che prima o poi avverrà un’esplosione, ma non sappiamo né dove né quando”. Bisogna trovare, è la raccomandazione del filosofo, nuovi strumenti per occuparci di questi problemi in maniera solidale. Quelli attuali servono solo interessi egoistici all’interno di enclave territoriali. E bisogna anche riscoprire un sapere diverso: siamo inondati da una massa di informazioni incredibile, eppure non sappiamo come gestirle. “Una singola pagina del New York Times contiene più informazioni di quante ne potesse accumulare in una vita un filosofo dell’Illuminismo”.



Il sapere ha perduto la spinta morale di un tempo, e invece oggi più che mai dovrebbe essere al servizio del bene comune, della risoluzione dei problemi delle società, del miglioramento di tutta l’umanità. Dopo la cerimonia, gli autografi e le foto, Bauman è andato via senza concedere interviste. Siamo però riusciti a strappargli una domanda per i lettori di AGRICOLAE. Nel contesto del quadro da lei descritto di ineguaglianza e di esclusione, pensa che possa servire un ritorno alla terra? Quale pensa possa essere il ruolo e il futuro dell’agricoltura? Non me la sento di addentrarmi troppo in un argomento così tecnico come l’agricoltura. Però certamente vi sono alcuni elementi su cui vale la pena riflettere, ad esempio il prevalere dell’industria della monocoltura a discapito della biodiversità.

A livello economico, un paradosso che certamente va rilevato è la discrepanza tra la sovrapproduzione agricola, a vantaggio soprattutto delle grandi aziende, e la scarsa redditività dei prodotti agricoli, che danneggia naturalmente gli agricoltori. Dunque certamente sarebbe necessaria una riflessione approfondita sulla sostenibilità in campo agricolo. È quella la chiave da seguire. Oltre a questo, anche l’agricoltura a livello globale è coinvolta da quel che ho detto a proposito dell’interdipendenza e della necessità di impostare nuovi tipi di relazioni, non soltanto tra gli individui, ma anche tra le comunità e tra gli Stati.

Qui di seguito l'intervista originale

ZYGMUNT BAUMAN: PARADOSSO TRA SOVRAPPRODUZIONE AGRICOLA E SCARSA REDDITIVITA’ PER AGRICOLTORIIL GRANDE FILOSOFO E SOCIOLOGO: CIBO VIENE GETTATO VIA MENTRE MILIONI DI PERSONE MUOIONO DI FAME