“Io ho un certo interesse per i fatti che riguardano il nostro Paese a partire dal primo Dopoguerra fino alla metà degli anni Ottanta, e volevo scrivere qualcosa riguardo alla tragedia di Ustica. Cercavo una mia prospettiva per raccontare una storia che non fosse di taglio politico. Ho cominciato a leggere diversi saggi per raccontare Ustica da una prospettiva umana, che raccontasse il dolore delle persone, dei familiari che hanno vissuto la tragedia di Ustica. Poi ho cercato i quotidiani di quei fatti per avere una prospettiva prossima alla data di quel venerdì 27 giugno 1980, e mi è arrivata come un calcio la scoperta che su quel volo ci fossero 13 bambini. Questa scoperta, leggere i loro nomi, ha cambiato improvvisamente l’idea di voler scrivere una storia che interessasse Ustica in quanto tragedia, spostandola sulla morte di un figlio, sul fatto di questa perdita lacerante assoluta, anche se Ustica come tragedia rimane sullo sfondo. Non essendo questa tragedia parte del mio passato emotivo, mi sono immerso come forse fa un attore in questa storia. Quando ho avvertito che era pronto questo sentire, ho iniziato a scrivere ed è stata una sorpresa per me ritrovarmi a farlo in prima persona femminile. Come se da una parte io non volessi sovrapporre me stesso alla protagonista, ed anche che questa storia non potesse essere raccontata che da una voce di una donna, quindi di una mamma. Una cosa accaduta in maniera spontanea, non programmata. Rileggendo i primi capitoli mi ha emozionato a tal punto il racconto che ho detto che forse questa era la storia che volevo narrare”. Al VELINO parla Francesco Bennardis, romano classe 1971, che ha appena dato alle stampe “Il Buio”, suo romanzo d’esordio edito da Sensibili alle foglie. È la storia di una ferita e della sua guarigione, raccontate con una delicatezza ed intensità uniche.

La protagonista è Irene. Perde il figlio e si chiude in se stessa, rifiutando anche la presenza del marito. Siamo nel 1980 e a pochi mesi di distanza dalla morte di Flavio, un aereo di linea precipita nei pressi di Ustica. Passano poche settimane ed esplode una bomba alla stazione di Bologna. A novembre, la terra trema in Irpinia, uccidendo quasi tremila persone. Il dolore della protagonista si intreccia a quello collettivo, offrendole, poco alla volta, uno spiraglio di apertura al mondo.

L’autore, Bennardis, è nato nel 1971 a Roma, città in cui vive. Laureato in Lettere e appassionato di numeri, per diversi anni si è occupato di musica e di tecnologie musicali. Ha pubblicato una delle prime guide di informatica musicale e, proprio quest’anno, alcuni racconti in raccolte antologiche: “I Vizi Capitali”, “Allucinazioni Urbane”, “Un’Estate a Roma”, “Un’altra Parola”, tutti editi da Erudita e Giulio Perrone Editore. L’ultimo è il racconto breve “Metallo lucido”. “Finito di scriverlo – ricorda Bennardis - mi sono accorto che avevo scritto in prima persona femminile. Volevo raccontare la storia di una donna che dopo aver subito una serie di violenze reagiva in maniera anche drammatica, e forse mi era rimasto dentro un poco di Irene e l’ho raccontato anche qui in prima persona femminile”.

È la passione storica che caratterizza il prosieguo del lavoro di scrittore di Bennardis. “Sto ultimando una storia che riguarda una vicenda che si articola tra l’occupazione nazi-fascista e i primi anni di Piombo – anticipa -. È una storia che vuole raccontare le scelte assolute: la scelta di chi ha fatto la vita partigiana a raffronto con chi tanti anni dopo ha deciso di partecipare alla lotta armata”. Ma l’oggi è qui, nel romanzo d’esordio che segue Irene in mesi tragici per l’Italia. Episodi che per lei significano superamento del proprio dolore. “Nel 1980, da giugno a novembre, quelli in cui seguiamo Irene, accadono tre avvenimenti drammatici: il disastro di Ustica, la bomba alla stazione di Bologna e il terremoto in Irpinia. Irene capisce che il dolore l’accomuna agli altri e questa consapevolezza la rende solidale – racconta Bennardis -. Quando avviene il terremoto sente di poter andare in Irpinia a dare il proprio contributo e sostegno, e fare anche proprio manovalanza. Il 23 novembre 1980, quando c’è stato il terremoto in Irpinia, non si era preparati a fronteggiare una sciagura del genere, non esisteva la Protezione civile. Ci fu una mobilitazione umana bellissima, molti volontari vennero anche dall’estero, ma non c’era coordinazione. È stato un po’ diverso rispetto a quanto accaduto all’Aquila e a quanto sta accadendo ora nel Centro Italia”.