“Da bambino ho letto il libro e ne sono rimasto subito entusiasmato. Lo trovo meraviglioso e crescendo l’ho riletto per le più letture a cui si presta l’opera di Melville”. Al VELINO parla Enrico Maria Falconi (classe 1977) che cura la traduzione, l’adattamento e la regia di “Moby Dick. Me Stesso. Cerco”, che torna a grande richiesta al Teatro Ambra alla Garbatella (Piazza Giovanni da Triora 15) di Roma dove ha debuttato pochi mesi fa e dopo aver conquistato anche il pubblico del Teatro Alfieri di Torino. Si tratta della personale rilettura che Enrico Maria Falconi, attore regista e autore, ha dato al celebre romanzo scritto da Herman Melville nel 1851 e tuttora così attuale. L’atmosfera che si crea è magica. Il pubblico è immerso nella scena, ne fa parte e ne è assorbito. “La platea rappresenta la città di Nantucket, il palco la baleniera il Pequod”, osserva Falconi su questa messa in scena che giova di oltre 60 artisti (anche di giovanissima età) tra attori, ballerini, acrobati e cantanti. Lui stesso è in scena nei panni di Achab. Bravo Simone Luciani, sul palco come Ismael e dietro le quinte come bravo costumista. Tra gli attori ancora: Ramona Gargano (Fedallah), Starbuck (Giuseppe Di Pilla), Stubb (Stefano Grillo), Peleg (Rachele Giannini), Bildad (Patrizio De Paolis), Ettore Falzetti (Esperto Marinaio), Giorgio Conese (Flask), Roberto Fazioli (Tashtego), Andrea Polidori (Pipp), Attilio Monti (Quiqueg), Paolo Pirrocco (Deggu), Valerio De Negri (Capitano Gardinier), Francesca Genovesi (Moby Dick), Matilda Terzino (Moglie), Anna Baldoni (Madre Terra), Irene Cannello (Visionaria), Valentina Leoni (Maestrina), Elena Fantuzzi (Acrobata). Tutti assieme danno la caccia alla Balena Bianca che, in questa lettura scenica, rappresenta una personale visione del divino e del fato.

Achab e il suo equipaggio surreale vanno contro a quel “mostro” che “non si mostra” navigando i mari dell’anima sul Pequod, mitica baleniera, che è metafora del pianeta Terra. Solo Achab, che fonde in sé il suo essere sia Ulisse che Caronte, sa qual è la fine ma, sebbene ne sia cosciente, non può fare a meno di condurre l’equipaggio verso quella fine naturale. Tale fine è irrinunciabile in quanto lo stesso Comandante non può sfuggire alla sua fame di conoscenza. Un viaggio il cui arrivo è ancora il viaggio. In un epilogo inaspettato nella manifestazione di quello che i marinai credono sia Dio… “Lo spettacolo ‘Moby Dick’ lo porto molto al cuore. Piace perché funziona a tutte le età. È uno spettacolo interattivo e c’è grande movimento nel pubblico”, sottolinea Falconi che ha avuto l’audacia di portare in scena un cast tanto numeroso in un momento in cui le produzioni puntano su pochi attori in scena. “Per uno spettacolo dice tanto oltre 60 attori sul palco perché mette in gioco tante cose. Avevamo bisogno di rendere la magnificenza dell’opera di Melville e non potevo farlo con una compagnia con un numero ridotto. Inoltre abbiamo deciso di non puntare su nomi forti che magari derivano dalla televisione, dalle fiction o quant’altro. Ho scelto tutti attori teatrali. Ho portato avanti un progetto che vede gli attori stessi protagonisti di tutta la situazione, anche produttiva, e quindi abbiamo realizzato questa macchina teatrale fatta da noi attori nell’idea di rendere quanto più possibile in scena il testo di Moby Dick”.

Un classico che piace e convince in scena. “Se lo spettacolo tocca determinate corde e le opere classiche, capolavori unici, rispondono a queste caratteristiche, il pubblico c’è – dice Falconi -. Noi abbiamo avuto grande facilità nel portare la gente a vedere ‘Moby Dick’ che poi era ‘il nome in ditta’, perché non ci sono nomi più clamorosi e la gente viene perché vuole far conoscere ai figli la storia di ‘Moby Dick’. Il classico aiuta a portare pubblico, però ti porta ad avere uno scontro, perché sono testi conosciuti e non ti puoi permettere di disattendere l’idea dello spettacolo stesso”. Falconi nella macchina dietro le quinte si giova, oltre che di Simone Luciani, di: Caterina Di Giammarco e Valeria Fondi per la scenografia; Luca Bertolo, Jessica Brancaccio, Mattia Pacchiarotti per luci e fonica; Violeta Goycoolea per il trucco; Massimo Grosso per le fotografie di scena. “Fino a domani saremo all’Ambra Garbatella – ricorda Falconi -. L’ultima settimana di gennaio e la prima di febbraio saremo sempre a Roma, al Teatro degli Audaci. E nel frattempo la nostra produzione, 8P Management, sta fissando le prossime date del tour coscienti del fatto che è uno spettacolo che ha bisogno di spazi teatrali atti a contenerci, quindi non è neanche facilissima la distribuzione.

Falconi al momento dirige a vario titolo quattro teatri: il Teatro Civico di Rocca di Papa (Rm), a Civitavecchia il Teatro Traiano e il Teatro Nuovo Sala Gassman, e l’Ambra alla Garbatella di Roma. “Ho bellissimi staff nei vari teatri – dichiara -, cosa che mi permette sia di fare la direzione artistica, sia di poter portare avanti la mia attività di regista e di attore”. Dal suo punto di vista privilegiato qual è la situazione attuale del teatro italiano? “Ormai da qualche anno è un momento in cui è venuta meno la figura della produzione e distribuzione teatrale come poteva essere qualche anno fa – risponde -. Bisogna ragionare su nuove formule produttive che possano consentire agli attori di poter andare in scena e allo stesso tempo di creare un pubblico che possa essere rispondente. Probabilmente sempre di più si sente la necessità di portare in scena spettacoli che hanno una grande urgenza nell’essere detti, nell’essere raccontati, che penso che sia l’unico modo per veicolare il pubblico. Hanno fallito tanti progetti che magari si affidavano a situazioni legate solo a nomi o a situazioni che si immaginavano più facili e invece sono stati premiati altri spettacoli che magari non avevano nomi forti o cose del genere ma c’era dentro un’anima, che portava un interesse diffuso e che il pubblico poi attento ha risposto. È un momento di passaggio, di trasformazione stessa del teatro che poi è l’immagine della società in cui viviamo. Viviamo in un momento dove nulla è certo. Dobbiamo cercare di capire come uscire fuori da questa situazione. Alla fine credo che il lavoro paghi sempre. Con tutto che la situazione è molto difficile perché sono venute meno tante certezze che magari qualche anno fa erano più presenti”.

Le Istituzioni cosa possono fare per il teatro? “C’è sempre una differenziazione da immaginare tra i cosiddetti Stabili che rientrano in una protezione (mi passi il termine) statale, e quelli privati che sono poi la stragrande maggioranza – dice Falconi -. Io credo che in entrambi i casi si stiano riducendo i finanziamenti… in quelli privati non ci sono mai stati in questo senso. Credo ci sia ancora uno scollamento tra l’azione politica e l’azione pratica dei teatri. Forse anche perché chi ci amministra, probabilmente la maggioranza, non tengono in considerazione l’importanza del teatro. Abbiamo sotto gli occhi quello che la classe politica esprime che non è sempre di primo livello, e quindi come si fa a pensare che possano avere un’attenzione o percepire l’importanza che un teatro possa rivestire, invece si deve investire su un teatro o una mostra d’arte o qualsiasi altra forma dove si punta a far emergere il bello, e ad una crescita anche interiore”.