“Credo sia giustissimo avere dei sostegni pubblici per il teatro che è una delle arti più antiche. Sostenere il teatro significa sostenere gli attori. Sia istituita una Commissione che veda che ci sono dei prodotti che sono fatti bene e meritano delle sovvenzioni. Queste vanno date a chi dimostra di aver prodotto cose fatte bene e che il pubblico ha interesse a seguire. Bisogna sostenere realmente chi si dà da fare”. Al VELINO Pietro Romano che dirige e interpreta dal 16 al 27 novembre al Teatro Ambra alla Garbatella di Roma “Miseria e nobiltà”, l’opera di Eduardo Scarpetta rivisitata e trasposta in dialetto romanesco. “Un omaggio al grande teatro nazionale ormai, non solo partenopeo – osserva Pietro Romano -. Ci sono commedie che ormai fanno parte della tradizione nazionale. Il mio è anche un omaggio a chi ha interpretato per il cinema alcuni ruoli. In primis, io penso a Totò nel ruolo di Felice Sciosciammocca, un mio piccolo omaggio a lui. Per me Totò è uno dei più grandi interpreti e poeti a cui la nostra bella Italia ha dato i natali”.

Prosegue così l’intuizione artistico-letteraria suscitata dal talento poliedrico di Pietro Romano che dopo i successi avuti con l’interpretazione dei classici di Goldoni (“Arlecchino, servo di due padroni”, “I due gemelli veneziani”) e Molière (“L’Avaro”, “Il malato immaginario”), riadattati e “tradotti” in dialetto romanesco, s’inchina alla gloria del teatro napoletano di Scarpetta riadattando e trasponendo la più celebre delle sue opere, “Miseria e Nobiltà”. Pietro Romano tinge con i colori della popolarità romana l’inestimabile ricchezza dell’opera originale del maestro Scarpetta. Il protagonista “Felice Sciosciamocca” interpretato da Pietro Romano gioca sulle corde della celebre maschera “scarpettiana”, sovraintendendo alla storia d’amore del nobile per la popolana con la scaltrezza del povero che si finge ricco, tra colpi di scena e verità che scottano…

Sulla scena accanto a Pietro Romano, Marco Todisco pupillo di Enrico Brignano, nel ruolo di “Pierino” (già al cinema come interprete di “Al Posto Tuo” accanto a Luca Argentero), Marina Vitolo (Bruttia), Beatrice Proietti (Pupetta), Edoardo Camponeschi (Eugenio), Valentino Fanelli (Appio/Giovanni), Eleonora Manzi (Gemma), Francesca La Scala (Rosa) e Mirko Susanna (Bamba). La storia rimane forte della comicità e del pregio della stesura iniziale, lasciando che la giostra continui a volteggiare tra i caratteri umani e le classi sociali che trovano vita nelle strade romane. “Abbiamo un’altra musicalità nel linguaggio perché ovviamente dal napoletano passiamo al romanesco – spiega Pietro Romano -. Rimaniamo più o meno nella stessa epoca, i primi dei Novecento, ma anziché stare a Napoli siamo a Roma. Abbiamo agito come se una canzone venisse presentata con modifiche negli arrangiamenti. Si è voluto far rinascere un classico dandogli una nuova linfa, una nuova musicalità”.

Questa operazione di opere tradotte in romanesco troverà spazio nei teatri di tutta Italia? “Finora non siamo riusciti ad andare in tournèe. Credo sia un problema legato alla distribuzione – osserva Pietro Romano -. Sembra non si creda che il teatro romanesco abbia la stessa forza che possa avere il teatro di Eduardo o il teatro di Pirandello, che possono essere portati in tutta Italia pur mantenendo la musicalità dei loro dialetti, rispettivamente del napoletano e del siciliano. Sul romano o romanesco che dir si voglia si ha sempre un po’ la puzza sotto al naso come se dovesse risultare un po’ volgare perché il cinema a volte ce lo racconta un po’ volgarotto, ma non è assolutamente così. Anche noi romani sappiamo usare un linguaggio aulico, alto, che potrebbe essere più quello di Trilussa che si avvicina maggiormente ai tempi nostri, quindi del Novecento, e Trilussa ha davvero un linguaggio molto elegante, e tutta la scrittura che io utilizzo negli adattamenti, quindi da Molière a Goldoni, ha un occhio sempre allo stile trilussiano”.

Non c’entra la crisi del settore? “Questa storia della crisi la sentiamo da molto tempo – risponde Pietro Romano -. Io da quando ho cominciato a fare teatro sento parlare di crisi. Ormai ogni tipo di azienda in Italia è in crisi. Io credo che se le cose vengono fatte con criterio, ragione, cuore, se c’è un prodotto di qualità nel teatro, credo che la gente esca e scelga di venire a vederti. La crisi talvolta è dettata da prodotti che magari non sono di alto livello, dove non si cura sia il cast artistico, sia proprio anche l’esposizione dello spettacolo in sé che può essere di scenografia o quant’altro. A volte si fanno prodotti solo per prendere delle sovvenzioni, per cui non sia ha interesse ad avere pubblico in sala. Io credo che un lavoro ben confezionato alla fine funzioni sempre, funzioni all’infinito, perché poi il passaparola del pubblico è la pubblicità più forte che ci possa essere. Bisogna essere onesti in quello che si fa, lavorare bene. La crisi nasce quando c’è qualcuno che approfitta di qualcuno o di qualcosa. Quello che stiamo per portare in scena è uno spettacolo per tutti, per la famiglia, dal bimbo al nonno. È una bella favola. Non sono solo io in scena, siamo in tanti, con le belle musiche di Simone Zucca”.