Dall’Assemblea nazionale l’occasione per fare il punto della situazione: l’emergenza terremoto esige misure straordinarie per gli agricoltori colpiti. Ricambio generazionale al palo (5%) con la terra ancora troppo cara (in media 20mila euro per ettaro). Pesano i costi di produzione, che restano i più alti d’Europa, così come fiscalità e burocrazia. Un’impresa su tre è indebitata. Nel 2016 si punta al nuovo record dell’export a 38 miliardi, mentre rimane stabile il valore complessivo della produzione che si attesta su 165 miliardi. Fondamentale il contributo degli stranieri nelle campagne per non perdere cibi tradizionali e di qualità. I “falsi miti” sull’agricoltura italiana, come il “boom” del Km zero, creano negatività per lo sviluppo.

Guai a pensare che l’agricoltura non sia un asset strategico per il Paese. Il contributo che può offrire in termini economici, ambientali e per la tenuta del tessuto sociale non ha eguali. L’emergenza terremoto, che ha bruciato in pochi secondi oltre un miliardo di euro in territori a fortissima vocazione rurale, deve far riflettere e bisogna dare subito segnali forti a sostegno della ricostruzione e della ripresa delle attività produttive. Il settore primario si muove ancora a meno del 50% del suo potenziale ma, con poche misure ben mirate, è nelle condizioni di raddoppiare il proprio valore complessivo e garantire almeno 100 mila nuovi posti di lavoro. Questa la fotografia scattata dalla Cia-Agricoltori Italiani durante la sua Assemblea nazionale, oggi all’Auditorium Conciliazione di Roma, alla presenza tra gli altri del ministro delle Riforme costituzionali e i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi, del ministro del Lavoro Giuliano Poletti e del ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina

Per l’agricoltura dunque “è tempo di cambiare”, come recita lo slogan scelto per l’Assemblea 2016: un’evoluzione che deve partire dal superamento di gravi vizi strutturali del settore. A partire dal turn-over nei campi che è fermo a 5 titolari d’azienda “under 40” ogni 100 “over 65”. Del resto, non è facile aprire un’azienda agricola se proprio il bene terra costa in media tra i 18 e i 20 mila euro per ettaro, contro i 5.500 euro della Francia e i 6.500 euro della Germania. Ma qualche buona novità, per rendere più conveniente entrare nel settore, è contenuta nella Legge di Stabilità, dove sono previsti tre anni di detassazione totale per i giovani che operano nel primario.

Altro pilastro da rimuovere, per aprire gli spazi, è quello della burocrazia. Ancora oggi un agricoltore impegna circa 90 giornate l’anno a svolgere pratiche e adempimenti di legge: troppe e troppo onerose. Quindi alti costi di gestione, che fanno il paio con gli alti costi di produzione, che restano i più “salati” d’Europa (superiori almeno del 15% della media), e generano il fenomeno dell’indebitamento: un agricoltore italiano su tre ha pendenze da ripianare.

Ma per la Cia è anche dai macro numeri che si scopre il potenziale inespresso di agricoltura e agroalimentare italiano: 165 miliardi il valore complessivo della produzione e 38 miliardi il traguardo dell’export a fine 2016. Buone performance, ma ancora lontane da quelle fatte registrare dagli altri competitor europei. Colpa anche dell’assenza di una strategia organica per aggredire i mercati stranieri. Basta pensare che a fronte di una produzione nazionale che vanta oltre 5.847 prodotti tra cibi tradizionali e denominazioni di origine, l’Italia porta sulle tavole dei consumatori internazionali non più di 200 “veri” prodotti del Made in Italy. Per la stragrande maggioranza degli stranieri “un must”, ma la cifra mossa dal nostro export è ancora bassa rispetto a un potenziale pari almeno a 70 miliardi di euro. Ci sono margini di crescita enormi quindi, e in pochissimi anni. Per fare questo però servono professionalità, nuove figure che entrano in piena interazione con il mondo produttivo, giovani che hanno una formazione tesa all’innovazione, non solo quella agronomica ma esperti nel marketing, nella creatività e nella padronanza dei strumenti digitali e tecnologici.

Insomma, dall’Assemblea nazionale della Cia è emersa la volontà di riformare il modello attuale su cui viaggia il settore, imprimendo una forte accelerazione: snellendo le tempistiche di approvazione di norme e misure, facilitando l’accesso al credito, creando strumenti assicurativi per un’attività esposta a continui rischi commerciali e climatici, stipulando contratti che meglio distribuiscano il valore lungo la filiera. Perché non è più tollerabile che su ogni euro di utile nel settore, dentro le tasche dell’imprenditore agricolo vadano meno di 10 centesimi.

Senza contare le tante “verità nascoste” dell’agricoltura italiana, o meglio i falsi luoghi comuni che ne condizionano fortemente l’immagine, togliendole in alcuni casi molto del suo appeal. Come il tema del caporalato, fenomeno reale e odioso, ma circoscritto a pochi casi a fronte di oltre un milione di imprenditori che operano nella trasparenza, nel totale rispetto delle regole e per la qualità. Tra l’altro, se c’è una realtà vocata all’inclusione e all’integrazione è proprio quella dell’agricoltura italiana dove i lavoratori stranieri rappresentano il 25% circa degli occupati agricoli e aiutano a mantenere vive molte delle nostre produzioni tipiche e tradizionali. Basti pensare agli indiani specializzati nell’allevamento, i macedoni abili nella viticoltura e i rumeni in orticoltura e nelle potature.   

 



 

I “luoghi comuni” dell’agricoltura Made in Italy

 

- L’agricoltura ha un alto impatto ambientale: In realtà il settore, oltre a fornire un contributo insostituibile alla costruzione del paesaggio e per stabilizzare e consolidare i versanti contro il rischio idrogeologico, tramite metodi colturali sostenibili mitiga l’effetto serra, produce energie rinnovabili e ha un ruolo fondamentale nell’assorbimento di anidride carbonica;

 

- Il successo del km zero: Raccontata come la panacea alla crisi commerciale dell’agricoltura e dell’agroalimentare italiano, oggi genera meno dello 0,4% del fatturato complessivo mosso dal settore;

 

- Il “boom” dei giovani: Anche se le start-up aumentano, il ricambio generazionale nei campi è ancora fermo sotto il 6% e su ogni 100 iscritti alla Facoltà di Agraria solo 2 studenti approdano alla Laurea;

 

- C’è troppa chimica: L’Italia è il Paese in cui si effettuano i più rigorosi controlli sulla salubrità dei prodotti agricoli e alimentari. Inoltre il nostro Paese è quello che in Europa sta convertendo più velocemente il metodo colturale da convenzionale a biologico. Oggi sono già 60 mila le aziende agricole italiane che producono in regime “bio”;

 

- La piaga del caporalato: A fronte di alcune decine di casi in cui è stata accertata questa odiosa pratica, oltre un milione di imprenditori agricoli sono perfettamente in regola con le vigenti normative che regolano la materia del lavoro nelle aziende.